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La corsa dei metalli preziosi si è trasformata in una caduta verticale. Oro e argento danno il via alla settimana, aggravando il sell-off iniziato venerdì, quando i prezzi hanno segnato il peggior ribasso giornaliero dal 1983, con una perdita superiore al 9%, mentre l’argento è crollato fino al 27%, il dato peggiore dal 1980. All’apertura di piazza Affari, l’oro, contratto spot, sta registrando un ribasso del 7,3%, portandosi a 4.539,96 dollari l’oncia, mentre l’argento sta accusando un calo del 12,3%, attestandosi a 74,88 dollari l’oncia.
Il movimento segna una brusca inversione di tendenza rispetto al rally che, solo poche settimane fa, aveva spinto i metalli preziosi su nuovi massimi storici. A fine gennaio l’oro aveva superato i 5.500 dollari l’oncia, mentre l’argento aveva toccato livelli record oltre i 120 dollari, sostenuti dagli acquisti delle banche centrali, dalla domanda di beni rifugio e dalle incertezze geopolitiche e finanziarie globali.
La Fed e l’effetto Warsh cambiano il sentiment
A innescare il cambio di sentiment è stato soprattutto il fronte della politica monetaria statunitense. I mercati, già sensibili ai timori sull’indipendenza della Federal Reserve, hanno reagito negativamente alla decisione del presidente Donald Trump di indicare Kevin Warsh come futuro presidente della banca centrale, in sostituzione di Jerome Powell. Warsh è considerato un sostenitore di una linea più restrittiva, elemento che ha rafforzato il dollaro e ridotto l’appeal dell’oro, asset privo di rendimento.
“Le preoccupazioni sull’indipendenza della Fed, che aveva spinto oro e argento a livelli estremi, si sta rapidamente sgonfiando”, ha scritto José Torres, senior economist di Interactive Brokers, in una nota diffusa lunedì. “Il cosiddetto “Buy America trade” è tornato al centro della scena”.
Dietro il sell-off emergono anche motivazioni di natura tecnica. Come spiega David Pascucci, market analyst di XTB, il violento calo delle quotazioni di oro e argento registrato nella seduta di venerdì – ribassi che hanno di fatto cancellato in un solo giorno settimane di rialzi – è riconducibile soprattutto a dinamiche tipiche dei mercati dei futures. In fasi di elevata volatilità sui massimi, la difficoltà di far incontrare domanda e offerta su livelli di prezzo ravvicinati può generare veri e propri “vuoti di mercato”. In questi contesti, le chiusure a margine e l’attivazione di ordini eseguiti “a mercato” avvengono su livelli di prezzo anche molto distanti, amplificando i movimenti e alimentando l’elevata volatilità osservata nelle ultime settimane.
Secondo gli analisti, si tratta di una correzione violenta ma non necessariamente di un cambio strutturale di scenario. Le attese di tagli dei tassi nel 2026 – almeno due secondo Wall Street – e la persistente incertezza macroeconomica potrebbero riportare interesse sul comparto nel medio periodo. Tuttavia, nel breve, la volatilità resta elevata: l’equilibrio tra dollaro, politica monetaria e geopolitica continuerà a dettare il ritmo di un mercato che, dopo l’euforia, deve ora fare i conti con la realtà.
Un 2025 da record resta sullo sfondo
La fase discendente arriva dopo un periodo di euforia senza precedenti. Tra la fine del 2024 e gennaio 2026, oro e argento avevano beneficiato di una combinazione di fattori favorevoli: acquisti record da parte delle banche centrali, tensioni geopolitiche, timori sulla crescita globale e un forte afflusso di capitali speculativi.
A fine gennaio l’oro ha uperato la soglia dei 5.500 dollari l’oncia, mentre l’argento ha toccato un massimo storico oltre i 120 dollari. “Il mercato era chiaramente entrato in una fase di eccesso”, osserva Christopher Forbes, responsabile Asia e Medio Oriente di CMC Markets. “Quella che stiamo vedendo è una classica correzione dopo una corsa straordinaria, più che un collasso strutturale della tesi rialzista”.
Nonostante il crollo delle ultime sedute, il bilancio di medio periodo resta positivo. L’oro è ancora in rialzo di circa l’8% dall’inizio dell’anno, mentre l’argento segna un progresso di circa il 16%. Nel 2025, i due metalli avevano messo a segno performance eccezionali, rispettivamente del 65% e del 145%, trainate da un contesto macroeconomico altamente incerto.
Secondo il World Gold Council, la scarsità strutturale del metallo giallo resta un elemento di sostegno di lungo periodo: nella storia sono state estratte complessivamente circa 216.265 tonnellate di oro, un dato che continua ad alimentare l’attrattiva dell’asset in fasi di instabilità.
Volatilità elevata nel breve, scenario aperto nel medio termine
Gli analisti invitano ora alla cautela. Nel breve periodo, la volatilità potrebbe restare elevata in attesa di maggiore chiarezza sull’orientamento della nuova guida della Fed e sulle prossime mosse di politica monetaria. Wall Street continua comunque a scommettere su almeno due tagli dei tassi nel corso del 2026, uno scenario che storicamente favorisce l’oro.
“Un ritorno della debolezza del dollaro o segnali più accomodanti da parte di Warsh potrebbero riportare rapidamente i compratori sul mercato”, spiega ancora Forbes. “Nel medio termine, la tesi rialzista sui metalli preziosi non è stata cancellata, ma dopo l’euforia il mercato dovrà attraversare una fase di assestamento”.
Pascucci conclude che, pur non escludendosi ritorni verso l’alto dei prezzi, questi ultimi rischiano di collocarsi ben al di sotto dei massimi visti la scorsa settimana.
“Probabilmente potremmo iniziare a considerare i massimi visti di recente come massimi che potremmo non rivedere per molto tempo”.