Mercati

Dall’allarme di Dalio al caso Danimarca: è fuga dagli asset americani

Dalle guerre commerciali a quelle dei capitali il passo potrebbe essere più breve del previsto. È questo il messaggio lanciato da Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, ai microfoni della CNBC, sottolineando le forti preoccupazioni per la tenuta dell’ordine finanziario internazionale di fronte alla nuova linea politica dell’amministrazione Trump. Un allarme che non arriva nel vuoto e che trova riscontro nei primi movimenti concreti dei grandi investitori istituzionali.

Secondo Dalio, l’aggressività della strategia americana — fatta di dazi, pressioni sui partner storici e una retorica sempre più conflittuale — rischia di minare la fiducia che per decenni ha sostenuto il ruolo centrale degli Stati Uniti nei flussi finanziari globali.  “Dall’altra parte dei deficit commerciali e delle guerre commerciali ci sono i capitali e le guerre dei capitali”, ha spiegato l’investitore. In altre parole, se la fiducia si incrina, la disponibilità di governi e investitori stranieri a finanziare il debito Usa potrebbe ridursi sensibilmente.

Il nodo della fiducia sul debito Usa

Il nodo è strutturale. Da un lato, Washington continua a emettere enormi quantità di debito per coprire deficit pubblici ormai cronici; dall’altro, molti Paesi accumulano riserve in dollari e Treasury, ma iniziano a interrogarsi sulla sostenibilità di questo equilibrio.

“I detentori di dollari e chi ha bisogno che questi vengano comprati si guardano con crescente diffidenza”, ha osservato Dalio, sottolineando come la storia offra numerosi esempi di fasi in cui i conflitti geopolitici si sono tradotti in scontri sui flussi di capitale e sulle valute.

Il caso danese: un segnale concreto

A rendere l’avvertimento meno teorico è arrivata, poche ore dopo, la decisione di AkademikerPension, fondo pensione danese che gestisce circa 25 miliardi di dollari di risparmi degli accademici, di uscire completamente dai titoli del Tesoro americano. L’operatore, che gestisce i risparmi di accademici e professionisti, ha annunciato la vendita di circa 100 milioni di dollari in Treasury entro la fine del mese, motivando la scelta con le “cattive condizioni delle finanze pubbliche statunitensi”.

Il contesto politico ha certamente giocato un ruolo. I rapporti tra Washington e Copenaghen si sono deteriorati rapidamente dopo le rinnovate pressioni di Trump per il controllo della Groenlandia, accompagnate dalla minaccia di nuovi dazi contro l’Europa.

Pur precisando che la decisione non è direttamente legata allo scontro diplomatico, il responsabile degli investimenti Anders Schelde ha ammesso che il clima di tensione “non ha reso più difficile” prendere la decisione.

Sul tavolo pesa soprattutto l’evoluzione dei conti Usa. Il deficit federale ha raggiunto 1.780 miliardi di dollari nell’ultimo anno fiscale e il debito continua a crescere in un contesto di tassi elevati. A maggio, Moody’s ha declassato il rating sovrano degli Stati Uniti ad Aa1, citando proprio l’ampiezza del disavanzo e l’aumento dei costi di rifinanziamento. Questi fattori rendono più vulnerabile il mercato dei Treasury in una fase in cui anche piccoli cambiamenti nella domanda estera possono avere effetti amplificati sui rendimenti.

Mercati in modalità “sell America”

La giornata di ieri, martedì 20 gennaio, ha offerto un chiaro assaggio di questo scenario: i mercati hanno reagito con una classica dinamica di “sell America”. I rendimenti dei Treasury si sono mossi in rialzo (Il tasso USA a 10 anni è risalito fino a circa 4,30% in mattinata, sui massimi degli ultimi quattro mesi) mentre dollaro e azioni hanno imboccato la strada dei ribassi.

Il Dow Jones ha ceduto 870,74 punti (-1,76%), lo S&P 500 ha perso 143,15 punti (-2,06%), il Nasdaq ha chiuso in calo di 561,06 punti (-2,39%). Tutto questo mentre l’oro ha aggiornato nuovi massimi storici (chiusura in rialzo del 3,73% a 4.759,60 dollari all’onci). Un movimento che rafforza la tesi di Dalio sull’importanza della diversificazione e del ruolo dei beni rifugio.

Come aggiornare il portafoglio

Per Dalio, non si tratta di un movimento temporaneo, ma di un segnale strutturale che rafforza la necessità di diversificazione. L’oro, secondo l’investitore, dovrebbe rappresentare una quota compresa tra il 5% e il 15% di un portafoglio ben bilanciato, proprio per la sua capacità di proteggere nei momenti in cui gli asset tradizionali entrano in difficoltà. L’oro, secondo il fondatore di Bridgewater, dovrebbe rappresentare tra il 5% e il 15% di un portafoglio, proprio perché tende a performare meglio nei momenti di stress sistemico.