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Wall Street torna a evocare la parola che nessun investitore ama sentire: bolla. Dopo due anni di rally quasi ininterrotto, il commercio globale legato all’Intelligenza Artificiale sta mostrando segnali di surriscaldamento. Da New York a Londra, da Francoforte a Tokyo, i gestori di fondi e i banchieri centrali osservano con crescente preoccupazione la corsa dei titoli tech, spinti da utili record e aspettative ancora più ambiziose.
Il campanello d’allarme più forte è arrivato questa settimana da Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, che ha definito le attuali valutazioni “una categoria di preoccupazione”. “Quando i prezzi degli asset sono elevati, hai più spazio per cadere,” ha affermato Dimon. “Le aziende stanno ancora facendo utili, i consumatori restano in salute, ma gli spread di credito e le valutazioni sono tesi. Molti asset sembrano entrare in territorio di bolla.”
Le sue parole hanno avuto un’eco immediata sui mercati, con un momentaneo arretramento dei titoli più esposti al comparto IA. Nvidia, AMD, Alphabet e Broadcom hanno registrato lievi correzioni, mentre Microsoft, leader indiscusso dell’ondata generativa, è riuscita a chiudere la seduta in leggero rialzo, segno che l’interesse degli investitori resta intatto.
Dalla bolla dot-com all’IA: analogie e differenze
Il paragone con la bolla delle dot-com di fine anni Novanta è inevitabile. Anche allora, una tecnologia dirompente — Internet — generò aspettative illimitate di crescita e profitti futuri. Tra il 1998 e il 2000, il Nasdaq raddoppiò di valore, per poi perdere oltre il 70% nei due anni successivi. Eppure, gli analisti concordano su un punto: la situazione odierna è molto diversa. Nel 2000, la maggior parte delle società tecnologiche non generava profitti; oggi, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia e Meta contano insieme oltre 500 miliardi di dollari di utili annuali. Il return on invested capital (ROIC) del settore tech statunitense è passato dal 9% del 2004 a oltre il 20% nel 2025.
Resta tuttavia un interrogativo cruciale: quanto a lungo potrà proseguire questa dinamica in un contesto di investimenti così massicci?
“I fondamentali del settore appaiono solidi – spiega Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm – ma le valutazioni sono superiori alle medie storiche e questo potrebbe tradursi in rendimenti futuri più contenuti, senza che ciò implichi necessariamente la formazione di una bolla. Molte big tech dispongono di ampi flussi di cassa e possono finanziare internamente buona parte degli investimenti legati all’IA, ricorrendo solo in parte a capitali esterni. Tuttavia, la disponibilità di risorse non garantisce che questi investimenti genereranno ritorni adeguati: il vero punto di attenzione riguarda la domanda. Se risultasse più debole del previsto, le aziende potrebbero trovarsi con infrastrutture costose ma poco redditizie, con effetti negativi sugli utili e sulla redditività complessiva”.
Flex aggiunge inoltre che per ora, i segnali sono incoraggianti: la crescita degli utili del comparto tech statunitense rimane robusta e la domanda, anche lungo la catena di fornitura, appare sostenuta.
“Tuttavia, alcuni sviluppi recenti – come accordi di vendor financing ai clienti per facilitare l’adozione di tecnologie avanzate – meritano attenzione. In sintesi, l’attuale contesto presenta alcune analogie con le fasi speculative del passato: una tecnologia dirompente, investimenti imponenti e aspettative elevate. Ma, a differenza di allora, la redditività è solida, la domanda resta forte e le principali aziende del settore generano flussi di cassa consistenti. Al momento, quindi, non ci sono evidenze concrete di una bolla dell’IA, anche se sarà essenziale monitorare nei prossimi trimestri la sostenibilità della domanda e la capacità dei grandi player globali di tradurre l’entusiasmo in utili reali” conclude l’esperto.
Il rischio bolla entra ufficialmente nel radar di Wall Street
A corroborare l’allarme, è arrivato il Global Fund Manager Survey di Bank of America, pubblicato martedì. Per la prima volta nella sua lunga storia, l’indagine – che raccoglie le opinioni di circa 200 gestori di fondi che amministrano complessivamente oltre 500 miliardi di dollari – indica “una bolla azionaria dell’IA” come il principale rischio sistemico globale.
Il report evidenzia inoltre un dato chiave: i livelli di liquidità nei portafogli sono scesi al 3,8%, appena sopra la soglia “sell” del 3,7% definita da BofA. In passato, valori sotto il 4% hanno spesso coinciso con fasi di eccesso di ottimismo e di massimo appetito per il rischio, preludio di correzioni più o meno brusche.
La stessa tendenza emerge dall’indice Risk Appetite di State Street, citato da DataTrek Research, secondo cui i grandi investitori istituzionali — i cosiddetti Big Money Investors — hanno incrementato l’esposizione ad asset rischiosi per cinque mesi consecutivi, raggiungendo il livello di propensione al rischio più alto del 2025. “In assenza di shock rilevanti, è improbabile che modifichino a breve il loro atteggiamento,” ha osservato Nicholas Colas, cofondatore di DataTrek.
Le big tech accelerano: tra strategia industriale e autoalimentazione
Mentre gli investitori alimentano la corsa, le aziende tecnologiche fanno la loro parte. In queste settimane, Google ha annunciato un investimento da 15 miliardi di dollari in India per costruire il suo più grande campus di data center al di fuori degli Stati Uniti, con l’obiettivo dichiarato di servire l’Asia-Pacifico e ridurre la dipendenza dalle infrastrutture americane.
AMD ha siglato un accordo strategico con Oracle per lo sviluppo di nuovi chip dedicati all’elaborazione di modelli linguistici avanzati, mentre Walmart ha stretto una partnership con OpenAI per integrare strumenti generativi nel retail e nella gestione della supply chain.
Proprio OpenAI — epicentro di questa nuova corsa all’oro — ha consolidato la sua rete di fornitori, firmando accordi di lungo termine con Broadcom, AMD e Nvidia per garantire l’approvvigionamento di GPU e chip specializzati. Si tratta di un meccanismo che alcuni analisti definiscono “ciclo di auto-investimento”: le aziende che beneficiano della domanda di IA reinvestono a loro volta per sostenere la filiera, alimentando una spirale di crescita che rischia di staccarsi dai fondamentali economici.
“È un effetto moltiplicatore,” spiega Michael O’Rourke, chief market strategist di JonesTrading. “Le big tech investono in se stesse e nelle loro forniture. È un segnale di fiducia, ma anche un potenziale campanello d’allarme. Quando la domanda è sostenuta più dal capitale che dal consumo reale, il rischio di bolla è concreto.”