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Mentre i prezzi dell’oro toccano nuovi record, l’Italia raccoglie i frutti di una politica di lungo corso: difendere le proprie riserve auree anche nei momenti più difficili. Con 2.451,9 tonnellate di oro, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale aggiornati a marzo 2025, il Paese si conferma terzo al mondo per consistenza del patrimonio aurifero, dietro Stati Uniti (8.133,4 tonnellate) e Germania (3.351,5).
Un patrimonio da 300 miliardi di dollari
Alle quotazioni attuali, le riserve italiane valgono circa 300 miliardi di dollari, pari a circa il 13% del PIL nazionale. Si tratta di un livello record che rappresenta, per la Banca d’Italia, una garanzia di solidità patrimoniale e di fiducia internazionale.
“La decisione storica della Banca d’Italia appare oggi sorprendentemente moderna”, ha spiegato a Reuters Stefano Caselli, preside della SDA Bocconi School of Management. “Siamo tornati in un contesto in cui l’oro è di nuovo sinonimo di sicurezza”.
Secondo i dati del World Gold Council, il 75% delle riserve ufficiali italiane è oggi costituito da oro, una quota nettamente superiore alla media dell’Eurozona, pari al 66,5%.

Una strategia di prudenza
Secondo i dati ufficiali, circa 1.100 tonnellate dell’oro italiano si trovano nei sotterranei di Palazzo Koch, la sede della Banca d’Italia nel centro di Roma. Una parte analoga è custodita negli Stati Uniti, mentre quote minori sono depositate nel Regno Unito e in Svizzera.
In totale, la Banca d’Italia possiede anche 871.713 monete d’oro, dal peso complessivo di oltre 4 tonnellate, conservate in un’area soprannominata “la sacrestia”, un termine evocativo della sacralità attribuita a queste riserve.
Alla fine del 2024, l’oro rappresentava quasi il 75% delle riserve ufficiali italiane, ben al di sopra della media dell’Eurozona, pari al 66,5%.
Oltre che come riserva strategica, il metallo giallo continua a essere un pilastro dell’economia manifatturiera italiana: Arezzo, Vicenza e Alessandria restano centri di eccellenza nella produzione di gioielli, con marchi come Bulgari, Buccellati e Damiani protagonisti sui mercati internazionali.
Pressioni e resistenze
Nonostante le ripetute pressioni politiche per monetizzare una parte del patrimonio, l’istituto di via Nazionale non ha mai ceduto alle richieste di vendita. Con un debito pubblico che supera i 3.000 miliardi di euro (pari al 137,4% del PIL previsto per il 2026), non sono mancate le voci che spingono per monetizzare almeno parte delle riserve auree.
“Vendere metà dell’oro non basterebbe comunque a risolvere il problema del debito italiano”, ha dichiarato all’agenza stampa Reuters Giacomo Chiorino, responsabile dell’analisi di mercato di Banca Patrimoni Sella & C.
Altri, invece, sostengono che una parziale dismissione potrebbe finanziare servizi pubblici o ridurre la pressione fiscale.
Nel frattempo, le quotazioni dell’oro continuano a salire e, secondo gli analisti, i lingotti restano “l’asset più caldo del momento”.
“In un’epoca di incertezze globali, con l’ascesa delle criptovalute e l’instabilità geopolitica, le banche centrali stanno tornando a cercare sicurezza nel metallo più antico del mondo”, ha aggiunto Caselli a Reuters. “E la scelta dell’Italia di non vendere si dimostra più che mai corretta”.
Oro, simbolo di resilienza nazionale
L’Italia non ha mai considerato l’oro un investimento speculativo, ma una riserva strategica di ultima istanza, una sorta di “argenteria di famiglia” da proteggere per garantire stabilità nei momenti di crisi.
Il valore di questa prudenza è oggi evidente: mentre le banche centrali si affrettano ad accumulare oro per ridurre la dipendenza dal dollaro, l’Italia può guardare con orgoglio alla sua tradizione prudente. La difesa delle riserve auree, spesso criticata come immobilismo, appare oggi una strategia di lungimiranza.