Economia

La regola 60/40 superata: come attuare la diversificazione 2.0 secondo BG Saxo

Il 2025 si avvia verso la sua parte finale con un paradosso curioso: le Borse sono vicine ai massimi storici grazie al boom degli utili legati all’intelligenza artificiale, ma la fiducia dei consumatori resta ai minimi, le obbligazioni non fanno più da cuscinetto come un tempo e la geopolitica rumoreggia sullo sfondo.

Sembra quasi di vivere “il migliore dei tempi e il peggiore dei tempi”, come direbbe Dickens. Per gli investitori, la vera sfida non è indovinare quale scenario prevarrà, ma costruire portafogli in grado di resistere a entrambe le realtà. E qui entra in gioco un concetto centrale: la diversificazione 2.0 come sostiene Jacob Falkencrone, Global Head of Investment Strategy di BG SAXO e Saxo Bank.

Perché il classico 60/40 non basta più

Per decenni il mix 60% azioni e 40% obbligazioni è stato considerato il portafoglio ideale: quando le azioni scendevano, le obbligazioni spesso salivano. Oggi però questa formula si è incrinata. Inflazione persistente e debiti pubblici elevati hanno fatto sì che i due asset si muovano spesso nella stessa direzione, aumentando – anziché ridurre – il rischio.

La lezione è chiara: diversificare oggi non significa avere “più strumenti in portafoglio”, ma avere quelli giusti. E soprattutto non dare per scontato che le coperture del passato funzionino anche in futuro.

Azioni: selettività e ampiezza

Le azioni restano il motore principale dei portafogli, ma non tutte le opportunità sono uguali. Negli Stati Uniti i listini sono trainati da un pugno di giganti tecnologici e dell’AI, lasciando gran parte del mercato indietro. Questo aumenta il rischio di concentrazione.

Il tema AI rimane forte, ma siamo entrati nella fase della “prova degli utili”: non basta più raccontare una storia di crescita, ora conta chi saprà tradurla in ricavi e margini reali. Fuori dagli USA, Europa e Asia offrono alternative interessanti.

L’Europa continua a rappresentare un’area interessante. Le valutazioni restano nettamente inferiori rispetto a quelle statunitensi, anche mentre i governi avviano un cambiamento fiscale senza precedenti, con maggiori risorse destinate a difesa, infrastrutture e indipendenza energetica. Dopo un 2025 che si preannuncia piatto, gli utili potrebbero tornare a crescere nel 2026, sostenuti da politiche più accomodanti e da misure fiscali favorevoli.

Anche l’Asia offre spunti positivi. Il Giappone, in particolare, beneficia delle riforme sulla governance aziendale e di un orientamento sempre più attento agli azionisti, trasformando quello che un tempo era visto come un mercato “trappola di valore” in una storia di crescita molto più attraente.

La Cina resta invece un caso a sé, un vero esercizio di equilibrio: il settore immobiliare rimane fragile e la regolamentazione può rivelarsi imprevedibile, ma resta pur sempre la seconda economia mondiale e un leader globale in campi come veicoli elettrici, energie rinnovabili e manifattura avanzata. Per gli investitori la chiave è la selettività: un’esposizione troppo ampia aumenta i rischi, mentre puntare su settori legati alla “nuova economia” cinese può offrire opportunità di crescita che altrove scarseggiano.

L’Asia emergente non è da meno: dall’espansione digitale dell’India alla leadership di Taiwan e Corea nell’hardware per l’intelligenza artificiale, la regione è ancora sottorappresentata nei principali indici globali. Basti pensare che l’MSCI World assegna solo circa l’8% all’Asia sviluppata e nulla a Cina, India, Taiwan o Corea, nonostante l’area pesi per circa il 40% del PIL mondiale.

Tra i Paesi, l’India merita una menzione speciale. Nonostante le tensioni commerciali e valutazioni elevate, il mix di digitalizzazione, dinamiche demografiche favorevoli e un sistema bancario solido continua a sostenere le prospettive sugli utili. La strategia vincente è restare investiti, privilegiando i temi legati alla domanda interna e monitorando con attenzione gli esportatori, più esposti agli umori globali.

Infine, le small-cap si candidano come un segmento da tenere d’occhio. Negli Stati Uniti, in particolare, quelle incluse nell’indice S&P 600 trattano a sconti interessanti rispetto alle large-cap. Con il previsto calo dei costi di finanziamento nel 2026 e una domanda interna resiliente, potrebbero beneficiare di un rimbalzo significativo. Va però ricordato che le small-cap sono più rischiose: indici ampi come il Russell 2000 includono anche molte aziende poco solide. Per questo conviene concentrarsi sulla qualità, scegliendo imprese già redditizie.

Obbligazioni e oro: due ruoli diversi

Le obbligazioni non sono più la copertura automatica di un tempo, ma restano preziose come fonte di reddito. Il tratto più interessante oggi è quello a media scadenza (3-7 anni): abbastanza redditizio, ma con meno rischi rispetto al lungo termine.

Per la stabilità, invece, entra in campo l’oro. Nel 2025 ha toccato nuovi massimi e si conferma uno dei pochi asset capaci di proteggere il portafoglio in scenari diversi. Argento e platino, grazie alla domanda industriale, aggiungono ulteriore diversificazione.

Cinque scommesse chiave per il Q4 2025

Ecco come si traduce, in pratica, la diversificazione 2.0:

  • Europa – ETF azionari ampi, con focus su industriali, finanziari e infrastrutture.
  • Asia – esposizione selettiva a Giappone, India e settori “nuova economia” in Cina.
  • Small-cap – soprattutto negli USA (indice S&P 600), ma puntando su aziende redditizie.
  • Obbligazioni a media scadenza – per garantire reddito senza eccessiva volatilità.
  • Asset reali, soprattutto oro – come ancora di resilienza.

Il futuro resta incerto: potremmo avere un atterraggio morbido, un ritorno dell’inflazione o un improvviso shock geopolitico. Nessuno può dirlo con certezza. Ciò che gli investitori possono fare è prepararsi con un portafoglio più ampio, più bilanciato e meno esposto alle illusioni del déjà-vu. La diversificazione 2.0 non è un cliché: nel 2025 è una vera e propria strategia di sopravvivenza.