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I mercati finanziari stanno attraversando una nuova fase di incertezza, dopo che gli Stati Uniti sono entrati direttamente nel conflitto tra Iran e Israele. E il petrolio ne risente. Gli esperti del settore avvertono che, in caso di chiusura dello Stretto di Hormuz, il prezzo del greggio potrebbe raggiungere i 100 dollari al barile.
Secondo Saul Kavonic, analista senior di energia presso MST Marquee, ci sarebbe il rischio di un “shock petrolifero” simile a quello del 2022, innescato dall’invasione russa dell’Ucraina.
Greggio: aumento dei prezzi dopo l’attacco israeliano
Venerdì scorso i prezzi del petrolio sono aumentati di oltre il 7%, toccando i livelli più alti degli ultimi mesi, dopo che Israele ha dichiarato di aver colpito obiettivi iraniani. Questa escalation ha alimentato i timori di interruzioni nelle forniture di greggio.
Domenica, i future sul petrolio sono saliti di oltre il 2% durante le prime ore di contrattazioni in Asia: il WTI statunitense ha raggiunto i 75,22 dollari al barile, mentre il Brent, riferimento globale, si è attestato a 78,53 dollari.
Timori per le forniture e volatilità in aumento
“C’è un reale rischio che il mercato subisca interruzioni di fornitura senza precedenti nelle prossime settimane, ben più gravi di quelle viste nel 2022”, ha detto Kavonic.
Nonostante la reazione dei mercati sia stata meno intensa rispetto alla settimana precedente — quando Israele aveva lanciato raid aerei sull’Iran — gli osservatori ritengono che lo scenario attuale segni l’inizio di una nuova fase di forte volatilità, soprattutto in attesa di possibili contromosse iraniane.
La minaccia dello Stretto di Hormuz
A preoccupare i mercati è soprattutto la possibilità che l’Iran chiuda lo Stretto di Hormuz, un passaggio strategico che collega il Golfo Persico al Mare Arabico. Ogni giorno vi transitano circa 20 milioni di barili di petrolio, pari a quasi un quinto delle esportazioni mondiali.
Secondo Kavonic, se lo Stretto dovesse essere chiuso per più di qualche settimana, le forze occidentali “entrerebbero direttamente in azione” per riaprirlo, e il prezzo del greggio potrebbe avvicinarsi di nuovo ai 100 dollari al barile. Anche solo il tentativo di ostacolare il traffico, senza una chiusura totale, potrebbe far salire sensibilmente i prezzi.
Il ruolo degli USA e i rischi di escalation
Bob McNally, presidente della Rapidan Energy Group, ritiene che, in caso di impiego totale delle forze militari iraniane, il conflitto potrebbe protrarsi più a lungo delle due guerre del Golfo. Se l’Iran dovesse colpire impianti energetici o interrompere i flussi di petrolio e gas naturale liquefatto, le conseguenze sui prezzi sarebbero molto pesanti. “Una chiusura prolungata o la distruzione di infrastrutture energetiche chiave nel Golfo potrebbe far schizzare i prezzi ben oltre i 100 dollari al barile”, ha dichiarato.
Anche Andy Lipow, di Lipow Oil Associates, sottolinea come la situazione attuale sia diversa da quelle passate: “Questa volta è diverso, considerando la quantità di missili lanciati nell’ultima settimana e il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti”.
Rischi economici e scenari futuri
Il tentativo di bloccare lo Stretto tra Iran e Oman avrebbe conseguenze economiche enormi. Tuttavia, secondo alcuni analisti, si tratta più che altro di minacce retoriche: “È fisicamente impossibile chiudere completamente lo Stretto di Hormuz”, ha affermato Vandana Hari, fondatrice di Vanda Insights. “Lo scenario è misto e i trader preferiranno mantenere un approccio prudente finché non ci saranno prove più concrete”.
In passato, l’Iran ha più volte minacciato la chiusura dello Stretto in risposta a sanzioni o pressioni internazionali, come nel 2018, nel 2011 e nel 2012. Tuttavia, fino ad ora, le infrastrutture energetiche iraniane non sono state colpite direttamente, ha osservato Rebecca Babin, senior trader energetico presso CIBC Private Wealth. “Sembra che entrambe le parti abbiano interesse a tenere il petrolio fuori dal conflitto, almeno per il momento”, ha concluso.