Via a esperimento del reddito minimo garantito

29 marzo 2016, di Daniele Chicca

LONDRA (WSI) – Un numero sempre maggiore di governi sta sperimentando politiche del reddito minimo nel tentativo di ridurre le disuguaglianze e far ripartire una crescita anemica. Tanto che l’Italia rimane ormai uno dei pochi paesi europei in cui non esiste una garanzia salariale del genere.

Uno dei progetti più ambiziosi per la sua portata vedrà la luce nel Regno Unito, dove a partire da venerdì prossimo gli stipendi per i lavoratori peggio pagati aumenteranno quattro volte di più rispetto alla media quest’anno. Si tratta dell’incremento più alto della storia del paese.

L’idea è quella di contrastare la povertà, garantendo un reddito “minimo garantito” a tutti. Corrisponde al reddito minimo salariale indispensabile perché un cittadino possa disporre dei beni di prima necessità e arrivare alla fine del mese, senza scendere sotto la soglia di povertà. Dipende dunque dalle condizioni socio-economiche del paese.

“Le politiche del reddito minimo non sono mai state così popolari come lo sono ora. La domanda da farsi è: i governi quanto lontano ancora possono spingersi”, si interroga sul Financial Times Richard Dickens, professore dell’Università del Sussex.

“Piano storico, mai adottato prima”

È la domanda a cui cercherà di rispondere il nuovo progetto del governo britannico, che prevede un nuovo reddito minimo di povertà di 7,20 sterline l’ora e che raggiungerà le 9 sterline entro il 2020. Il ministro Nick Boles sostiene che “sarà uno dei maggiori incrementi del reddito minimo legale che un governo abbia mai adottato nel mondo occidentale”.

Si tratta di un piano rivoluzionario per il partito dei conservatori britannico, ma non se ci si rifà agli standard stabiliti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Questi stabiliscono infatti che il reddito settimanale deve essere sufficiente per il sostentamento di un dipendente e della sua famiglia. Allo stipendio minimo per mantenersi sopra la soglia di povertà va poi aggiunta una somma per i casi di emergenza.

Negli ultimi anni i paesi industrializzati, anche gli Stati Uniti dove il mercato del lavoro è progressivamente migliorato, hanno dovuto fare i conti con una stagnazione degli stipendi. La globalizzazione, il calo dei contratti collettivi, un rallentamento del tasso di crescita della produttività e l’arrivo di nuove tecnologie che stanno pian piano facendo sparire alcuni tipi di lavoro, come quelli di manodopera a basso reddito.

La Germania ha introdotto il reddito minimo, il primo della sua storia, l’anno scorso. Il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha chiesto e ottenuto che venisse aumentato del 3% l’anno il reddito minimo d’ora in avanti. Alcune città americane come Seattle hanno innalzato i livelli minimi delle buste paga a 15 dollari l’ora.

In California ha preso il via l’esperimento del minimo salariale di 15 dollari l’ora, che secondo gli economisti darà ai lavoratori un maggiore potere d’acquisto ma al contempo rischia di ridurre le offerte di lavoro nella manodopera a basso costo.

Anche i paesi in via di Sviluppo, come la Malaysia, stanno ricorrendo alle politiche del reddito minimo per tentare di ridistribuire più equamente la ricchezza e alimentare la crescita economica. È un modello per incoraggiare per esempio i datori di lavoro a generare maggiore valore, ottenendo al contempo un vantaggio competitivo.

Il rapporto tra il reddito minimo e il costo di un big mac da McDonald's. (Immagine: Financial Times)

Fonte: Financial Times

 

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