Economia

Lavoro Usa, salari convincono: rialzo tassi è cosa fatta

Questa notizia è stata scritta più di un anno fa old news

ROMA (WSI) – La Federal Reserve non ha più scuse e la prima stretta monetria dal 2006 potrebbe diventare realtà tra un mese di tempo. Il rapporto occupazionale governativo è stato migliore del previsto a ottobre negli Stati Uniti, che sono riusciti a creare 271 mila posti di lavoro, più dei 180-185 mila previsti dal mercato nonché il risultato più positivo da dicembre dell’anno scorso. Il tasso di disoccupazione è sceso al 5%, mentre gli stipendi orari hanno registrato il balzo più accentuato dal 2009.

Gli economisti interpellati da Bloomberg si aspettavano in media 185 mila posti creati, quelli di Marketwatch 185 mila. L’elemento che ha maggiormente sorpreso il mercato, riferiscono gli analisti di MPS Capital Services, è stata la forte accelerazione dei salari. Le buste paga sono aumentate del 2,5% su base annuale (contro attese stabili al 2,3%), ritornando sui livelli di crescita del 2009. Anche il tasso di disoccupazione ha evidenziato segnali di miglioramento attestandosi su livello che non si vedevano da metà 2008.

Ora la banca centrale Usa potrebbe veramente premere il griletto alla riunione di politica monetaria di dicembre e alzare i tassi di interesse per la prima volta in quasi un decennio. Gli economiti ora si aspettano pressoché all’unisono che la Fed agisca. Ci vorebbe un numero catastrofico in novembre perché il prossimo report occupazionale rovini i piani della Fed. L’economista di ING Rob Carnell non si aspetta che questo accada.

RIALZO TASSI DATO PER SCONTATO

Il dato, di per sé già cruciale in quanto termometro delle condizioni di salute del mercato del lavoro americano, ha assunto maggiore importanza dopo che Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, ha detto chiaro e tondo che esiste una “reale possibilità” che i tassi di interesse Usa vengano alzati nella riunione di dicembre.

Ovviamente, la maggiore o minore possibilità dipende dal flusso di dati economici che saranno pubblicati da qui fino al giorno in cui il Fomc – il braccio di politica monetaria della Fed-  non tornerà a riunirsi per elaborare, e poi annunciare, il verdetto. Ma secondo gli analisti ormai il rialzo del costo del denaro è scontato quanto lo è il tacchino sulle tavole per il Giorno del Ringraziamento negli Stati Uniti.

Sul mercato valutario, il dollaro già scontava, prima della pubblicazione del report, l’adozione di una manovra di politica monetaria restrittiva da parte della Fed: la valuta ha infatti testato il record in otto mesi, in attesa del report che, secondo gli analisti, potrebbe indicare che il tasso di disoccupazione è sceso al minimo dal 2008: il biglietto verde ha guadagnato terreno nelle ultime ore di contrattazioni contro 13 delle principali 16 monete verso cui è scambiato.

Diametralmente opposta la performance delle valute dei mercati emergenti, che hanno perso terreno, sulla scia del minimo assoluto testato dal tenge, la valuta del Kazakistan, che si è indebolito fino a 309,79 sul dollaro, prima di ridurre le perdite. A tal proposito, si ricordi che gli economisti avevano previsto che la moneta si sarebbe stabilizzata una volta deprezzata fino a quota 300 nei confronti del dollaro – soglia testata ieri – stando a un sondaggio che Bloomberg segnala e che è stato condotto tra il 2 e il 4 novembre.

La banca centrale del paese ha intanto posticipato il meeting sui tassi previsto oggi e ha reso noto, tra l’altro, che ridurrà l’ammontare di dollari che vende per sostenere la valuta, al fine di proteggere le sue riserve valutarie straniere.

Ma i numeri positivi di oggi sono sufficientemente positivi da spingere Janet Yellen ad agire e alzare i tassi a dicembre? È la domanda che sta tuttora tenendo con il fiato sospeso gli operatori di tutto il mondo. E che a giudicare anche dalla reazione dell’euro, crollato in area 1,070 sul dollaro, lasciano intravedere per un si. Dopo il report di oggi la stretta monetaria è ormai cosa fatta.

euo post report Usa

(Immagine: Financial Times)

Nel corso di un’intervista rilasciata a Reuters, James Bullard, presidente della Fed di St Louis, ha reso noto di ritenere che un incremento di nuovi posti di lavoro compresa tra 100.000 e 125.000 al mese sia compatibile con un contesto di crescita economica.  Arriva poi il commento di Thu Lan Nguyen, strategist del mercato del Forex presso Commerzbank, a Francoforte, intervistato da Bloomberg.

La Fed ha già preso una decisione e i dati dovrebbero essere davvero sorprendenti per farle cambiare idea. Se il numero si attesta attorno a 180.000 (nuovi posti di lavoro), il dollaro ne trarrà vantaggio. Al di sotto di quel livello – anche a 120.000 – penso che non ci siano ragioni perché la Fed cancelli l’intenzione di alzare i tassi.

Il Bloomberg Dollar Spot Index – che monitora il trend del dollaro contro le valute dei dieci principali partner commerciali degli Stati Uniti – è salito +0,1% a 1.220,41 alle 11.49 ora italiana, dopo aver testato 1.220,66, al record da marzo. Una ulteriore spinta al di sopra di 1.222,94 permetterebbe all’indice di volare al massimo dalla sua introduzione, nel 2004.

Intanto i futures sui fed fund scommettono ora su una probabilità di un rialzo dei tassi a dicembre da parte della Fed, pari al 56%, in crescita rispetto al 50% della scorsa settimana e al 36% dello scorso mese.