“Germania fuori da euro. Lavoratori italiani meglio di tedeschi”

16 gennaio 2017, di Mariangela Tessa

Per non mettere a repentaglio la stabilità dell’Unione monetaria, la Germania deve lasciare la zona euro. E’ quanto ha ribadito il consulente finanziario di Angela Merkel Roland Berger che in un’intervista al Corriere.it ha ribadito un’idea già espressa in passato secondo cui e’ necessario che la più grande economia del continente abbandoni l’unione monetaria. Una decisione che, in base alla sua opinione, farebbe bene all’economia tedesca che al momento “corre il rischio di perdere competitività perché il tasso di cambio dell’euro è troppo debole”

Secondo Berger:

“il mondo delle imprese in Germania era abituato, durante il marco, a rivalutazioni costanti, dunque investiva per guadagnare produttività. Adesso questa esigenza di investire per guadagnare competitività è scomparsa. L’attuale tasso di cambio non è tale da aiutare la Germania. Aiuta il nostro export, ma superficialmente, perché scoraggia investimenti e aumenti di produttività. La Germania è un animale diverso, non è simile agli altri membri dell’area euro. Ci sarebbe molta più armonia se la Germania fosse fuori e i Paesi latini inclusa la Francia restassero nell’euro”.

Ipotesi, secondo il consulente tedesco, valida sulla carta ma che non si realizzerà':

“In termini pratici – spiega al Corriere la Germania non uscirà mai o almeno non nei prossimi cinque anni, prima che venga un’altra crisi. Non lo farà per ragioni politiche e storiche, e perché parte della nostra classe politica pensa ancora che la UE e la zona euro siano la stessa cosa. Non è così. Dobbiamo fare tutto per mantenere la UE come entità – Brexit è un disastro – dunque dovremmo fare di tutto per questo. Ma l’euro ha realmente portato a una divisione in Europa. Quindi, nel peggiore dei casi, dovremmo magari rinunciare all’euro ma fare di tutto per tenere l’Unione europea con le sue quattro libertà, il mercato interno, Schengen e tutti i benefici che ne abbiamo”.

In generale, Berger spiega al Corriere di essere stato scettico sull’euro prima della sua introduzione e “purtroppo i miei timori si sono dimostrati corretti. È stato un fallimento. L’ euro era partito sulla base di alcuni presupposti sbagliati. Si pensava che il tasso di cambio all’ ingresso avrebbe garantito che la competitività dei diversi Paesi si sarebbe aggiustata”.

E l’Italia? Berger non nasconde le preoccupazioni sul paese, la cui produttività, riferisce, è un disastro.

La produttività è un disastro. Credo che tutta la UE sia un grande risultato politico, il migliore al mondo dopo le catastrofi nella prima parte del secolo scorso. La ragione principale per mantenerla è politica e ha aiutato molto anche economicamente. Non potremo mai avere gli Stati Uniti d’Europa perché i paesi sono troppo diversi per lingua, cultura, eccetera. Ma la Ue può fare ancora tante cose in comune, come le politiche di difesa o di sicurezza o magari una politica energetica, della digitalizzazione ed altro. L’Italia è uno dei fondatori e deve rimanere nella Ue e forse anche nell’area euro. Il problema dell’Italia decisamente non è la classe imprenditoriale, che è eccellente. Ho dei dubbi sulle imprese pubbliche o vicine allo Stato, ma le imprese private di tutte le dimensioni sono grandiose e molto competitive sul piano internazionale, come si vede nei numeri. I problemi principali dell’Italia per me sono l’infrastruttura burocratica, la giustizia che funziona male, e un governo che finora si è dimostrato incapace di fare riforme o di farle al momento giusto. Perché se arrivi tardi sei comunque indietro. Se quello che dico è vero, un turnaround è possibile. Il problema non ha niente a che vedere con la moneta, con l’essere parte della Ue. Sono stato parte di molte joint venture e collaborazioni italo-tedesche e hanno sempre funzionato bene. Non credo che l’Italia abbia un problema economico di per sé. Certo ha il problema strutturale della divisione nord-sud. Anche noi tedeschi dopo l’unificazione tedesca temevamo qualcosa di simile. L’abbiamo affrontata la questione in modo duro, non facile, due terzi dei tedeschi dell’Est hanno dovuto cambiare lavoro ed essere formati per un ruolo diverso. Lo abbiamo fatto anche perché eravamo un Paese ricco. Ma anche l’Italia dal Centro-Nord in su è un Paese ricco, dunque c’è qualcosa che si può fare. Non so da dove viene questa incapacità del paese di fare ciò di cui ha bisogno. Avete avuto grandi uomini politici da De Gasperi in poi e politici con una competenza economica come Ciampi e qualche altro, e anche altri che forse sono parte del problema. Ma anche noi. Ma se l’Italia non riesce a cambiare ciò che tira giù il paese, sarà sempre un problema. Eppure non ce ne sarebbe ragione, perché i lavoratori italiani, almeno quelli con una formazione, sono eccellenti. Lo vediamo quando vengono in Germania. Ricevono una formazione e poi fanno meglio dei loro colleghi tedeschi”.

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