Ceneri dei defunti in diamanti: potenzialità, ma Italia resta scettica

21 settembre 2016, di Alberto Battaglia

Il business della trasformazione dei propri cari defunti in diamanti, disponibile in Italia dal 2009, finora fatica decollare, mentre ad essere conquistati dalla pratica messa a punto in Svizzera sono soprattutto giapponesi, tedeschi e austriaci. Attiva nel nostro Paese è una consociata, la Algordanza, che a colloquio con La Stampa, lamenta i problemi essenzialmente culturali che impediscono alla maggioranza degli italiani di considerare la “diamantizzazione” una pratica rispettosa della memoria del caro scomparso.

Il diamante (ancor più negli ultimi tempi) è considerato un investimento, un bene prezioso da ostentare, forse figlio della vanità quando non dell’avidità. Quale che sia il motivo di tale avversione, resta il fatto che in Italia solo una decina di diamanti all’anno vengono condensati dalle ceneri dei defunti, mentre nel mondo il ritmo è di 800-900. E in parlamento c’è anche qualcuno che lavora per estendere il reato di “vilipendio di cadavere” anche per chi  “trasferisce all’estero le ceneri per fargli subire un processo di diamantificazione”: a proporre il ddl è stato il senatore di Idea Carlo Giovanardi, già noto per altre crociate di tipo “etico” come la lotta alle droghe leggere. “Il senatore”, racconta l’ad di Algordanza, Walter Mendizza, “forse non ha capito bene lo spirito dell’iniziativa. Per noi, la cosa peggiore è l’abbandono dei defunti. Intendo i nostri cimiteri, luoghi senza alcuna grazia, inadatti ad accogliere i nostri cari. Peggio ancora per la dispersione delle ceneri in aria. Capisco l’aspetto romantico, ma siamo agli antipodi. Il defunto deve essere sempre con noi, in un diamante che portiamo al collo o al dito”.
Ad aggiungersi alle questioni bioetiche c’è anche l’aspetto economico: trasformare la morte in diamanti costa dai 4mila ai 14mila euro (a seconda della caratura da 0,3 o da 1).

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