Milano resta uno dei mercati più osservati del real estate di fascia alta tra nuove architetture, patrimonio storico, domanda internazionale e ricerca di qualità della vita. Nel quartier generale di Zampetti Immobili di Pregio, realtà fondata da Fabrizio Zampetti e specializzata nell’intermediazione di immobili di lusso, Wall Street Italia ha incontrato tre manager del gruppo: Gianmarco Bizzoni, direttore commerciale, Francesca Quaggia, consulente senior e Glenda Catarame, vicedirettore commerciale. Ne è uscita un’istanea molto concreta sul segmento: metrature “core”, quartieri iconici, peso della prima casa e apertura verso l’estero, fino al presidio su Miami.
Guarda l’intervista agli esperti
Quaggia, inziamo con lei, vi definite una “non agenzia”. Cosa significa, in pratica?
“Siamo uno studio immobiliare: non un punto su strada con accesso libero, ma un luogo su appuntamento, pensato per offrire un’esperienza coerente con il tipo di immobili trattati. L’accoglienza e la personalizzazione fanno parte del servizio: l’incontro viene preparato e costruito su misura”.
Qual è la filosofia che guida l’attività e come lavorate nel team?
“L’idea è l’incontro tra etica e professionalità: trasparenza, chiarezza e centralità della persona. Il cliente percepisce la differenza tra un approccio orientato alla relazione e uno orientato solo al profitto. Nel team lavoriamo con la stessa logica: ascolto, ordine, serenità nel lavoro quotidiano, cura delle relazioni e attenzione reale alle persone”.
Bizzoni, a lei chiedo, tra gli immobili di pregio, quali caratteristiche sono più richieste oggi?
“Le metrature più richieste si collocano indicativamente tra 250 e 350 mq, con preferenza per piani alti. La scelta tra edifici d’epoca e soluzioni moderne è bilanciata. Le finiture di alto livello restano un requisito, insieme a un tratto distintivo di unicità. La quota principale d’affari riguarda l’abitazione: circa 70% acquisti legati a un cambio casa. Il restante 30% ha finalità di investimento, con una dinamica ricorrente legata anche all’asse Milano–Roma e alla logica del “piede-à-terre”.
Dove si concentra la vostra operatività a Milano e quanto pesa oggi la domanda estera?
“Nelle aree più consolidate e riconoscibili: Porta Nuova per il nuovo e il design, e poi Brera, Cinque Vie, l’area Monte Napoleone–San Babila, Porta Venezia, tra le altre. La domanda estera è rilevante. Arriva anche attraverso canali professionali (studi fiscali e advisory) e include profili che scelgono Milano non solo per ragioni fiscali, ma per vivere la città. Le provenienze citate includono Regno Unito, Brasile, Francia, India”.
Clienti italiani e internazionali chiedono cose diverse?
“Il livello di servizio atteso è alto in entrambi i casi. Lo straniero tende però a cercare più spesso elementi di storicità e contesto: palazzi d’epoca, aree con valore culturale e ambientale, e una maggiore attenzione alla prossimità di parchi e qualità della vita”.
Catarame, chiudo con lei. Oltre Milano, fino a dove si spinge il vostro raggio di azione?
“Milano è il focus principale (circa il 90% dell’attività). Su richiesta, viene offerto supporto anche su grandi città italiane come Roma, Venezia, Firenze, sfruttando esperienza e network consolidati. Inoltre operiamo a Miami tramite partnership con uno sviluppatore, su progetti residenziali in aree della città in forte trasformazione. La logica è intercettare una domanda doppia: investimenti e seconde case per chi frequenta la città”.
Per un investitore italiano, comprare negli Stati Uniti è complicato?
“L’operatività viene facilitata dalla struttura commerciale e di supporto dello sviluppatore partner, che accompagna anche sugli aspetti fiscali e sul percorso fino all’acquisto. Restano differenze legali e tecniche rispetto all’Italia, ma l’operazione viene descritta come gestibile con l’assistenza corretta”.