Crisi energetica e inflazione: cosa sapere per non farsi prendere dal panico

5 Aprile 2022, di Redazione Wall Street Italia

di Silvana Fornaciari, consulente patrimoniale

Nel corso della storia i mercati si sono sempre tenuti a debita distanza dai conflitti geopolitici, a meno che questi non avessero il potere di condurre a uno shock energetico. Cosa che purtroppo sta avvenendo oggi con l’attuale offensiva russa in Ucraina, che minaccia di mettere in pericolo l’approvvigionamento di gas naturale e petrolio per l’Europa.

CORSI E RICORSI STORICI

Ai meno giovani la situazione attuale potrebbe ricordare – in tutto e per tutto – la guerra dello Yom Kippur del 1973, combattuta tra una coalizione araba (di egiziani e siriani) contro gli israeliani. Durante e in seguito al conflitto l’aumento  del prezzo di vendita del petrolio e i tagli alle esportazioni finirono per mettere in difficoltà i paesi della NATO e gli Stati Uniti, storici alleati di Israele.

Il petrolio, allora, era diventato una vera e propria arma, e i Paesi che avevano apertamente sostenuto Israele (come Stati Uniti, Olanda, Portogallo, Sud Africa e Rhodesia) vissero un vero e proprio embargo del greggio. Il risultato? Gli Stati non potevano più importare la quantità di greggio di cui avevano realmente bisogno, bensì una quantità diversa, decisa dai Paesi arabi dell’OPEC («Organization of Petroleum Exporting Countries») e venduta ad un prezzo più elevato di quello del periodo precedente alla guerra dello Yom Kippur.

In Europa, invece, i Paesi più colpiti dai rincari si ritrovarono a dover attuare politiche di austerità, a ricercare fonti alternative a quelle importate fino a quel momento e a dirigere il proprio interesse verso un altro combustibile fossile: il gas naturale.

 

COSA ACCADE OGGI?

Niente di troppo diverso dicevamo, quindi, rispetto alle dinamiche politiche ed economiche che stanno andando in scena in queste settimane: lo stop ai rifornimenti di petrolio, ai prodotti petroliferi raffinati, al gas naturale e al carbone dalla Russia – in seguito all’invasione dell’Ucraina – è stato annunciato da Stati Uniti, Canada e Regno Unito.

L’Unione Europea, maggiormente dipendente dalle materie prime russe, ha invece lanciato una nuova strategia energetica, REPowerEU, che ha l’obiettivo di sostituire i combustibili fossili importati con alternative sostenibili e prodotte localmente.

Una strada lunghissima, ancora da percorrere, perché quello verso l’indipendenza energetica è un processo articolato. La dimissione di combustibili tradizionali potrà avvenire quando il progresso tecnologico nel settore delle rinnovabili, dell’idrogeno e delle capacità di immagazzinamento dell’energia potranno porsi come una reale alternativa. Ad oggi, infatti, è ancora molto difficile cambiare le fonti di energia senza incorrere in costi alti e senza rischiare di causare importanti danni economici.

Una situazione del genere – sicuramente inaspettata e molto complessa da gestire – rende evidente come l’uscita dal nucleare sia uno scotto che l’Italia, oggi, si trova a pagare. A maggior ragione visto che ci ritroviamo ad acquistare energia da Paesi vicini, che la producono proprio con questo sistema.

Il primo fra tutti? La Francia, dalla quale – secondo il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani – il nostro Paese compra il 5 per cento del proprio fabbisogno di energia.

 

TRE PUNTI CRITICI

Impossibile negarlo: l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia rappresenta un attacco devastante alla democrazia ucraina ed europea, e il nostro primo pensiero va al popolo ucraino, che sta coraggiosamente combattendo per difendere la propria libertà e sovranità.

Come investitori, però, abbiamo anche il dovere di considerare le implicazioni di questa crisi per i nostri clienti, e tre sono gli aspetti particolarmente critici:

 

  1. L’inflazione, che già aveva raggiunto i massimi pluridecennali prima che la Russia invadesse l’Ucraina, soprattutto per i prezzi energetici, non potrà non avere impatti sulle economie ed effetti sulla crescita economica.
  2. L’approvvigionamento di petrolio, gas ed energia in generale si è fatto sempre più costoso, così come quello di metalli del gruppo del platino e di commodity agricole. La sua capacità di produzione, inoltre (anche a causa dell’inasprimento delle sanzioni da parte dell’Occidente) peserà ulteriormente sugli utili aziendali.
  3. L’ultimo aspetto – da tenere in considerazione – riguarda un potenziale cambiamento nella propensione degli investitori verso il rischio e un conseguente sell-off generalizzato del mercato azionario, con la possibilità che le valutazioni possano scendere ulteriormente. In particolare i comparti più esposti al ciclo economico (come autoveicoli, apparecchiature elettriche, ecc.) saranno quelli che probabilmente ne soffriranno maggiormente.

 

I RISVOLTI POSITIVI

Tuttavia, nonostante la complessità della situazione, alcune conseguenze potrebbero addirittura risultare interessanti per la transizione energetica.

Mentre i prezzi dell’energia convenzionale aumentano, infatti, l’attrattiva delle energie rinnovabili continua a crescere, anche considerando i costi più elevati delle attrezzature legate alle problematiche delle catene di approvvigionamento

Posto che l’inflazione non sarà una condizione transitoria e che le banche centrali cercheranno di  raffreddare i prezzi fino all’obiettivo desiderato, non temiamo troppo il periodo che ci si prospetta.

Certamente le previsioni di crescita sono più basse rispetto a quelle fatte mesi fa, ma la Storia insegna: dopo qualunque conflitto, guerre mondiali comprese, i mercati hanno sempre saputo reagire, anche se con tempi di recupero differenti.

È quindi naturale nutrire timori, e mentre ci auguriamo che il conflitto nel cuore dell’Europa – tornato a scuotere gli equilibri dopo 77 anni – si possa chiudere il prima possibile, possiamo allo stesso tempo essere fiduciosi sul futuro dei nostri risparmi. Affidandoci a chi ha a cuore i nostri investimenti, e segue con attenzione l’evolversi della situazione.

 

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