Vi presento il mio scrigno segreto

20 Agosto 2022, di Margherita Calabi

Alla Design Week di Milano, la creatrice di A Casa… Veronelli ha svelato il suo ultimo progetto, una mini suite in Brera realizzata con la sartorialità dell’alta moda 

A cura di Margherita Calabi

Durante la Design Week di Milano, Chiara Veronelli ha presentato il progetto A Casa… Veronelli a Brera, una piccola suite accogliente realizzata con la sartorialità dell’alta moda, dove ogni dettaglio è speciale. Nel palazzo dei primi dell’Ottocento, al numero 19 di via Pontaccio, ricercati tappeti antichi stesi alle finestre come un Gran pavese diventano il gesto di benvenuto che accoglie i visitatori… 


Chiara Veronelli

La casa è un fulcro e uno specchio di momenti quotidiani e straordinari. Qual è la stanza a cui è più legata?
“La cucina. Prima di tutto perché la collego a mia nonna, che è l’ispirazione dietro a questo progetto. Poi perché per me la cucina è un ambiente da arredare oltre che da vivere, nella mia ci sono foto importanti di Milano e Firenze e degli oggetti di antiquariato. Infine perché è proprio dalla cucina che si è sviluppata la mia casa di Milano: me ne sono innamorata e da lì ho progettato gli altri spazi. Ulisse costruì la sua casa attorno alla quercia di ulivo, nel cui incavo ricavò il letto e il talamo nuziale, io sono partita dalla cucina”. 

Funzionalità ed estetica: come si uniscono e quale arriva prima?
“Per me arriva prima l’estetica, la funzionalità è secondaria. Devo vivere ciò che mi piace. Spesso, la funzionalità e l’estetica non sono facili da conciliare in un unico design. Cerco sempre di creare delle strutture che rendano funzionali degli oggetti bellissimi”. 

L’ingresso della suite in via Pontaccio 19

Come è nata la collaborazione con Maria Vittoria Paggini, designer di interni con cui ha realizzato la mini suite in Brera?
“Ci ha fatto incontrare un algoritmo: nel periodo del Covid, Maria Vittoria ha presentato su Instagram un tavolo blu, che continuava ad apparire nelle mie ricerche. Da questo sono risalita a lei. Nello stesso periodo ha restaurato e riammodernato un vecchio caravan degli anni ‘80, che ha chiamato Franco. È un progetto visivo di ampliamento nel quale ha utilizzato tessuti e materiali di cui mi sono innamorata. Da qui è cominciato tutto”. 

L’idea dell’intero progetto, invece, quando è nata?
“È nata ai tempi del lockdown. Il mio vicino di casa in montagna, dove mi trovavo, decise di vendere un appartamento a Milano, in via Pontaccio 19. Cercavo da tempo uno spazio in quella zona e ancor prima di vederlo dal vivo ho capito che sarebbe stato perfetto. Avevo già in mente la designer che mi avrebbe aiutato: Maria Vittoria, per l’appunto. Avendo ristrutturato uno spazio così minimal come il caravan Franco, era la persona giusta per reimmaginare i 35 metri quadrati di Brera. Ci siamo incontrate a Milano e l’ho invitata in via Pontaccio. Strutturalmente, abbiamo rivisto lo spazio per intero: per la camera da letto abbiamo utilizzato i tappeti di seta di Golran, per i bagni la rubinetteria originale di Gio Ponti; Maria Vittoria ha creato il parquet e con delle polveri i colori dei vetri e degli specchi che dilatano lo spazio. Abbiamo deciso insieme il colore distintivo di questa mini suite, un verde in una brillante sfumatura celadon. È stata una collaborazione bellissima, da cui non è solo nata un’amicizia, ma anche un progetto che avrà un seguito. L’idea è quella di creare una serie di microspazi tra Milano, Parigi, Londra e Roma, dove poter soggiornare o utilizzare come base di lavoro. Sarà tutto un passaparola, per i nostri amici più stretti”.  

La rubinetteria originale di Gio Ponti nella suite in Brera

L’elemento di arredo a cui non può rinunciare?
“Tutto quello che è seduta mi affascina, dal divano alla dormeuse, fino alla chaise-longue: ampi spazi sul quale potersi distendere e pensare. Nelle mie case ho sempre tantissimi divani, ironicamente mio marito dice che non c’è più spazio per muoversi. La mia seduta ideale è la chaise-longue di Van Der Rohe, che ho posizionato davanti alla finestra. Mi piace mettermi seduta, guardare fuori e pensare”. 

Con il format ‘A Casa… Veronelli’ ha fatto sua l’arte del ricevere: l’armonia creata dall’eccellenza del cibo si sposa perfettamente con la cura e l’accoglienza dei padroni di casa. Cosa vuole dire, per lei, la parola accoglienza?
“Accoglienza vuole dire creare un’atmosfera, è un sentimento che va oltre le parole. Quando un ospite viene a casa mia voglio trasmettergli qualcosa che ho dentro. L’accoglienza è un incontro di affinità elettive, va al di là della semplice cordialità”. 

Ad oggi, qual è stato il suo progetto preferito e perché?
“È stato quello che mi ha lasciato più libertà, dove non ho avuto vincoli. Sono stati ovviamente i progetti di Chopard: la maison mi ha dato la possibilità di creare tovaglie, piatti, posate, vasi, cocktail, menù colorati… C’è stato uno studio degli ingredienti, dei tessuti e dei materiali. Ho potuto usare la mia fantasia a 360 gradi”. 

Abbiamo cominciato la nostra conversazione parlando del progetto che ha presentato durante la Design Week di Milano. Cosa rappresenta per lei questa città?
“Milano è la mia casa, la mia famiglia. È una città velocissima, creativa, in continua evoluzione”. 

I suoi indirizzi segreti in città?
“Nonostante le tantissime guide su Milano, ho ancora dei posti segreti che il pubblico non conosce. C’è Maddalena, in via Saffi, discendente dagli antiquari Piva, che ha una bottega senza riscaldamento dove restaura oggettistica per la casa di antiquariato e modernariato. Poi c’è l’atelier di Alessia in corso Magenta: lei produce abiti straordinari, con disegni e profumazioni uniche. È un indirizzo ancora molto esclusivo. Il suo atelier si trova in uno studio del Quattrocento con un soffitto scolpito a fiori azzurri e rosa, è un’ambiente che riflette a pieno la sua personalità. Adoro i kimoni, i miei preferiti sono quelli di Rossella Molteni. E poi, sempre in corso Magenta, un piccolo ristorantino con un giardino privato e un po’ segreto: La Brisa”.