Vendesi al miglior offerente il Made in Italy

10 Febbraio 2022, di Redazione Wall Street Italia

Vendesi al miglior offerente il Made in Italy

di Emanuela Affatato

“L’Italia non è più italiana”, questo il titolo del libro di inchiesta di Mario Giordano. Un titolo che fa rabbrividire e che mette in luce quanto negli ultimi anni l’Italia si sia svenduta a “predoni” stranieri come li chiama l’autore. Acquisizioni straniere nel settore alimentare, moda, chimico e siderurgico. E ora che il settore delle costruzioni è in rilancio, quale sarà il destino di questo nuovo settore?

MADE IN ITALY MA NON IN ITALY

Confcommercio riporta un crollo dei consumi del 10,8% causato dalla pandemia nel 2020 e conseguentemente la chiusura definitiva di circa 390 mila imprese del commercio non alimentare. Ma se torniamo indietro, ancora prima dell’avvento del Covid-19, le imprese italiane stavano già scomparendo.

Grandi marchi made in Italy erano già stati acquisiti da nuovi proprietari stranieri, “predoni” come li definisce Mario Giordano nel suo libro inchiesta “L’Italia non è più italiana”. Predoni perché si prendono il marchio e scappano. Le acquisizioni straniere non si limitano ai grandi marchi ma si appropriano anche di pezzi della nostra storia. Per fare un esempio, il castello medievale di Casalburgone acquistato dagli associati ad Access Consciusness, l’ex Scientology.

Basta guardarsi intorno per rendersi conto che francesi, arabi, giapponesi e cinesi stiano facendo da padroni in casa nostra. Per gli articoli sportivi la Decathlon dei francesi è prima. Gli svedesi con l’Ikea e gli spagnoli subito dopo con Zara, Bershka e Pull&Bear rispettivamente.

In effetti a pensarci, suona alquanto strano che il made in Italy, che ci contraddistingue da tutti gli altri ed è motivo di orgoglio per il nostro paese, sia stato venduto così. Secondo il Politecnico di Milano ogni 48 ore lo straniero si prende un’azienda italiana.

Nel settore moda, Fila, Bulgari, Fendi, Pucci, Gucci sono solo alcuni dei marchi espugnati da francesi, cinesi, arabi, americani e coreani.

Con la scusa di “crescere economicamente”, ogni volta che le imprese italiane concludono un affare con un fondo del Qatar o americano, finiscono solo per morire. Basta ricordare la crisi del Biellese, racconta Mario Giordano: 15.000 posti di lavoro persi con oltre 1000 aziende chiuse.

A rendere la situazione ancora più tragica, al settore moda si unisce il settore alimentare. La Parmalat, Galbani, Invernizzi, Cademartori, la Pernigotti sono stati svenduti tutti. La Peroni ora giapponese e Gancia è russa. Gli oli Carapelli, Sasso e Bertolli non sono più nostri.

Due fabbriche di biciclette, che nel corso della storia hanno contribuito a renderci i campioni del ciclismo, Bianchi e Atala non ci appartengono più. E così anche la Ducati e la Lamborghini nel settore automobilistico ci hanno abbandonato.

Ironicamente, come fa notare ancora Mario Giordano, nemmeno la mafia è più italiana. La supremazia è ormai della criminalità nigeriana insieme a quella Pechinese.

La Cina in particolare si sta appropriando a poco a poco di tutto. Dal Palazzo della Zecca a Roma ai trattori Goldoni, dai bar alla Pirelli.

A fianco ai cinesi, gli arabi, che si sono presi completamente la costa Smeralda, il bosco verticale e Torre Solaria, il palazzo residenziale più alto d’Italia.