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Gli stipendi reali in Italia non recuperano terreno. Lo certifica il nuovo Employment Outlook 2025 dell’Ocse, pubblicato il 9 luglio, che lancia un chiaro segnale d’allarme per il nostro Paese: tra le principali economie avanzate, l’Italia registra il peggior calo del potere d’acquisto dal 2021, con una perdita reale del 7,5%, al netto dell’inflazione.
Un dato che brucia se confrontato con gli altri Paesi Ocse, dove – pur con lentezza – i salari reali stanno tornando ai livelli pre-pandemia. Secondo quanto mette in evidenza il rapporto dell’organizzazione di Parigi, i salari reali stanno crescendo praticamente in tutti i Paesi dell’Ocse, anche se nella metà dei casi si muovono ancora sotto i livelli dell’inizio del 2021. L’Italia resta, in questo scenario, la maglia nera della ripresa salariale.
Rinnovi contrattuali in ritardo e aumenti insufficienti
L’inflazione, esplosa nel biennio post-Covid, ha eroso il potere d’acquisto in modo violento. Sebbene nell’ultimo anno si siano registrati aumenti salariali nominali più consistenti, grazie al rinnovo di alcuni dei principali contratti collettivi, un lavoratore su tre nel settore privato è ancora coperto da un contratto scaduto.
Nel 2025, i salari nominali in Italia cresceranno del 2,6%, per poi rallentare al 2,2% nel 2026, mentre l’inflazione è prevista al 2,2% nel 2025 e 1,8% nel 2026. Ne derivano guadagni reali modesti, che secondo l’Ocse non basteranno a colmare il gap aperto negli ultimi quattro anni.

Occupazione in crescita, ma con riserva
Sul forte occupazionale, il mercato del lavoro italiano continua a dimostrare una tenuta sorprendente, nonostante la frenata della crescita economica. A maggio 2025, il tasso di disoccupazione è sceso al 6,5%, in calo di 0,1 punti percentuali rispetto all’anno precedente, e ben 3,1 punti in meno rispetto al periodo pre-pandemico.
La crescita dell’occupazione è stata trainata soprattutto dagli over 55, un segnale legato anche all’allungamento della vita lavorativa. Tuttavia, il tasso di occupazione (62,9%) resta ancora lontano dalla media Ocse del 70,4% e riflette una persistente difficoltà a mobilitare pienamente il potenziale del mercato del lavoro.
Il nodo demografico: meno lavoratori, più anziani
Il problema strutturale, però, è demografico. Entro il 2060, la popolazione in età lavorativa in Italia calerà del 34%, mentre il numero di anziani a carico aumenterà drasticamente: da 1 ogni 2,4 lavoratori nel 2023 a 1 ogni 1,3. Un trend che, se non invertito, ridurrà il Pil pro capite dello 0,67% all’anno, assumendo che la produttività continui a crescere al ritmo stagnante dello 0,31% annuo (media 2006-2019).
“Mobilitare risorse inutilizzate, come le donne ancora fuori dal mercato e i lavoratori anziani in buona salute, è cruciale”, ammonisce l’Ocse. Ma questo, avverte, basterà solo ad azzerare l’impatto negativo sul Pil. Per una crescita positiva, servirà un deciso balzo della produttività.
Disuguaglianze generazionali in aumento
Anche sotto il profilo redistributivo, il quadro è preoccupante. I dati mostrano un divario crescente tra giovani e anziani: nel 1995, i 25-34enni avevano un reddito leggermente superiore (+1%) rispetto ai 55-64enni. Nel 2016, la situazione si era rovesciata: i più anziani guadagnavano in media il 13,8% in più.
Se non si interviene per rilanciare i redditi dei più giovani, avverte l’Ocse, la disuguaglianza intergenerazionale rischia di ampliarsi ulteriormente, acuendo tensioni sociali e impoverendo il futuro della forza lavoro italiana.