Seat Pagine Gialle (di vergogna)

4 Luglio 2011, di Redazione Wall Street Italia
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MILANO – Più che Gialle, molto ingiallite. Traballa la Seat Pagine Gialle, schiacciata da un debito di 2,7 miliardi che rischia di condurla nel baratro di un default. Valeva 7 euro nel 2000, oggi 6 centesimi. I rating di S&P’s (CCC+) e Moody’s (Caa1) sono da anticamera dell’insolvenza. Ogni euro di ricavo (1,1 miliardi nel 2010) genera 0,5 euro di perdite (667 milioni). Il salvacondotto Le banche più esposte (tra cui Royal Bank of Scotland, Unicredit e Bnp Paribas) hanno appena concesso un salvacondotto all’azienda per negoziare con i bondholder la trasformazione in azioni di un prestito da 1,3 miliardi (emesso dal veicolo Lighthouse).

Manovra difficile, non impossibile. Del resto la Società Elenchi Abbonati al Telefono (Seat, appunto) è con le spalle al muro. Per dare un’idea, 2,7 miliardi di indebitamento vuol dire 50 euro per ognuno dei 53 milioni di volumi (Pagine Gialle , Pagine Bianche, Tuttocittà) che ogni anno distribuisce nelle case e negli uffici degli italiani. Spesso carta inutile che si accatasta negli androni e nelle portinerie. L’idraulico una volta lo trovavi sfogliando quelle pagine, oggi vai su Internet.

Quella Seat «pagine di carta» si è via via evoluta ma la prima vera scossa gliela diede dodici anni fa l’allora amministratore delegato Lorenzo Pellicioli, intuendo le potenzialità della Rete (acquisì il portale Virgilio). La nuova «mission» bastò per surfare alla grande sull’onda borsistica che premiava il «profumo» di web. Allora erano decine di migliaia i Seat-people che provavano a far soldi con la «botta di trading» . Qualcuno è ancora incastrato.

L’azienda apparteneva a una cordata con Telecom, De Agostini e altri. È con la fusione Seat-Tin.it che Telecom resta sola: i soci terzi salutano coperti d’oro. De Agostini, per esempio, aveva investito 56 miliardi di lire nel ‘ 97 e tre anni dopo esce con 3 mila miliardi (di lire) di plusvalenza. Pellicioli lascia Seat, entrata anche nella tv Tmc, nell’estate 2001 con una stock option da 86 milioni.

Dieci anni dopo la metà dei ricavi viene ancora dalla voce «stampa» e il 38% dall’online. Oggi l’azienda torinese è una piattaforma multimediale con una forte presenza sul web dove, tra l’altro, è leader nella creazione di siti Internet: 80 mila lo scorso anno. Però sul web i margini sono ridotti e occorre investire. Invece Seat, che una volta era una cash cow, è stata spolpata dal gruppo di fondi che l’ha comprata nel 2003. E ora non riesce a pagare le rate dei mutui. Come è possibile? Il meccanismo è semplice: acquisisci il controllo e poi ti ripaghi la spesa infilando le mani nelle casse della società.

Come? Ordinando ai manager che hai nominato di deliberare la distribuzione di un maxi dividendo straordinario. L’azienda nel frattempo si sarà indebitata per soddisfare la «fame» dei soci e mandare avanti il suo normale business. Lo schema funziona se gli affari prosperano e gli utili coprono almeno gli oneri del debito. Ma alla Seat si è tirata troppo la corda.

Al punto che un anno e sette mesi fa uscì un report degli analisti di Kepler secondo i quali il target price era zero, ma solo perché in Borsa non si può andare sottozero. «Anche se pensiamo- si leggeva – che l’amministratore delegato Alberto Cappellini sia un buon manager, non può fare miracoli, cosa che sfortunatamente è proprio quello di cui Seat ha bisogno» .

Ora il cerino è rimasto in mano a quegli stessi che avevano acceso il fuoco: i fondi di private equity CVC, Permira e Investitori Associati ai quali fa capo il 49,5% del capitale. Hanno fatto un uso spregiudicato della leva finanziaria.

Nel 2003, insieme ad altri poi usciti, misero 960 milioni cash e 2,2 miliardi prestati dalle banche per il 62% del capitale. Poi con il dividendo straordinario incassarono oltre 2 miliardi. Ora invece sono intrappolati in una Seat che ogni anno dovrebbe ripagare 250 milioni di interessi sul debito. E non ce la fa. Anche una Ferrari non andrebbe avanti se dovesse trainare un Tir.

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