Risparmi, Legrenzi: antivulnerabilità I = illusione

24 Giugno 2019, di Redazione Wall Street Italia

di Paolo Legrenzi

Un tema molto rilevante per la gestione dei risparmi è lo scarto tra quello che crediamo di saper fare e quello che effettivamente siamo in grado di fare, tra quello che crediamo sapere e quello che effettivamente conosciamo……. 

 

Alle volte si critica il “fai da te” scambiando per trascuratezza o superbia.

Certo questi fattori possono agire, ma in realtà le cose sono più complesse. Alla radice del “fai da te” nella gestione del proprio benessere e patrimonio stanno anche fattori più di fondo, meno superficiali e emozionali. Nel 1999 David Dunning e Justin Kruger, psicologi alla Cornell University, mostrano tramite esperimenti come gli studenti scarsi in prove linguistiche, logiche o di altro tipo sovrastimino le loro capacità mentre questo non capita ai più bravi. Dunning e Kruger si stupiscono non dei diversi livelli di prestazioni, ma della tendenza a sopravvalutare le proprie capacità solo da parte dei più scarsi.

Da allora si parla di “effetto Dunning-Kruger”. La scoperta dell’acqua calda, o no? Chi non ha sentito un automobilista vantarsi di essere provetto, un amante di vini o di cibi pretendersi esperto, per non parlare di temi che appassionano come lo sport.

Un po’ per darsi arie, un po’ per superbia, un po’ per infondere sicurezza e ottimismo, fatto sta che in pubblico molti si dichiarano più abili o competenti di quanto non siano. Al contrario, quelli veramente bravi non hanno bisogno di farlo.

Purtroppo le conoscenze richieste per fare bene una cosa sono spesso quelle necessarie per rendersi conto di non saperla fare. Steven Sloman e Philip Fernbach, uno scienziato cognitivo e uno studioso delle decisioni, hanno dimostrato come dietro a questi fenomeni di auto-sopravvalutazione non ci siano solo vanagloria e vanterie. Le persone, anche in privato, sono genuinamente convinte di sapere più di quello che sanno. Ammettono di non capire bene come funzionano le tecnologie complesse di cui ci serviamo nel corso della vita quotidiana: automobili e smartphone fino a forni a microonde e computer.

Che dire però degli oggetti quotidiani? Per esempio la cerniera lampo, la bicicletta, lo sciacquone della toilette del bagno? Sloman ha domandato alle persone se ne conoscevano il funzionamento. Sui due piedi la maggioranza ha detto di sì: cose familiari, ovvie. Se poi però si deve spiegarle, a voce o per scritto, molte persone si bloccano, ci pensano su e ammettono di non sapere. Questa è l’illusione della conoscenza: prima si crede di sapere, poi, a una riflessione più attenta, ci si accorge che le cose sono più complicate di quanto intuitivamente si pensava. Se presentate diversi disegni di biciclette prive di un pezzo, come ad esempio la catena, pochi sanno completare il disegno in modo corretto.

Lo sciacquone del bagno si crede che sia l’apertura di una saracinesca che fa cadere l’acqua dall’alto. E invece sfrutta l’effetto sifone con cui è familiare solo chi ha visto travasare il vino da una damigiana nelle bottiglie. Ecco perché bisogna risucchiare l’aria dal tubo di gomma e, subito dopo, abbassarlo e infilarlo nel collo delle bottiglie.

Ancora una volta non è l’ignoranza che conta, ma il fatto che prima si crede di sapere e poi ci si accorge del contrario. Questo dipende soprattutto dall’abitudine a pensare “con gli altri”. Fin dalle origini della nostra specie, da quando abbiamo imparato ad andare a caccia cooperando gli uni con gli altri, la selezione della specie ha favorito il coordinamento reciproco delle menti. Un meccanismo benefico perché permette compiti sempre più complessi grazie alla divisione del lavoro.

Oggi però l’evoluzione delle tecnologie ha reso il confine tra le nostre menti e quelle degli altri (e delle macchine) poroso e sempre più confuso. Noi crediamo di sapere qualcosa perché inconsapevolmente contiamo sul fatto che altre intelligenze naturali o artificiali la sappiano. L’illusione funziona anche a rovescio: una persona, se è veramente esperta, tende a dare per scontato che gli altri conoscano almeno qualcosa di quello che a lei è ben noto, confondendo ancora una volta la sua mente con quelle altrui.

In pubblico gli studiosi spesso si stupiscono dell’ignoranza di chi li ascolta. Un atteggiamento genuino, senza malizia, che però può farli sembrare altezzosi, superiori, quasi una “casta” (incapaci quindi di bloccare l’epidemia dell’ignoranza, come ha scritto Sabino Cassese sul Domenicale del 26-11-17).

Già nel 1989 Colin Camerer e George Loewenstein, in un classico lavoro pubblicato sul “Journal of Political Economy”, avevano coniato il termine “maledizione della conoscenza” per indicare come in campo economico gli specialisti ritengano che gli altri sappiano quello che è noto solo a loro.
L’illusione della conoscenza di Sloman e la maledizione della conoscenza di Camerer sono due fenomeni apparentemente opposti. E tuttavia dipendono entrambi dall’incerto confine tra quello che sappiamo, quello che crediamo di sapere, e quello che supponiamo gli altri sappiano. Il microonde in cucina o la risonanza magnetica in ospedale funzionano in modo complicato e diffidiamo delle spiegazioni semplicistiche.

I veri progressi delle tecnologie, per quanto di uso comune, continuano a sembrarci un po’ magici. In ambito economico, politico e sociale, invece, è facile diffondere ricette sbrigative a fronte di fenomeni complessi, alimentando l’illusione della democrazia diretta e il parallelo indebolirsi della fiducia nella competenza. Sloman analizza in dettaglio le micro-fondazioni del populismo, e cioè il corto circuito tra l’inevitabile incompetenza del votante e l’evitabile impreparazione del votato.

Soprattutto quando una questione ci preoccupa e ci rende ansiosi, preferiamo affrontare i problemi fissandoci sui dettagli, sugli alberi e non sulla foresta, come hanno recentemente dimostrato con un elegante esperimento Remmers e Zander, due psicologhe di Berlino e Basilea. In compenso l’illusione della conoscenza ha effetti benefici e calmanti. Conviene forse scambiare l’ignoranza inconsapevole con la pace dell’animo e la speranza di aver risolto i problemi che ci preoccupano? Di certo non conviene nel campo del risparmio. Se vogliamo raggiungere la serenità e la pace è meglio rivolgersi a un consulente esperto.