Rischio Argentina: boom inflazione e crescita nulla

13 Agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – Il governo argentino sfugge come la peste le politiche ortodosse e non bada a spese nel tentativo di alimentare una rapida crescita economica.

I media piu’ attendibili e seri come l’Economist si rifiutano di pubblicare le cifre ufficiali dell’esecutivo con il presidente Cristina Fernandez de Kirchner che evita in tutti i modi di citare il grave problema dell’inflazione in aumento, stimata al 20-25% l’anno, il tasso piu’ alto di tutta l’America Latina, anche piu’ del Venezuela.

Il suo governo ha addirittura multato e fatto causa agli economisti che pubblicano le loro stime sull’indice dei prezzi, che in linea generale sono pari a due o tre volte le cifre ufficiali.

Negli ultimi nove anni l’economia ha visto un boom in stile cinese. Ma come riporta Reuters nel 2012 gli analisti sono molto piu’ pessimisti, pronosticando una crescita bassa e in alcuni casi persino una contrazione del Pil.

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Durante la crisi mondiale del 2009 l’inflazione e’ calata di pari passo con la domanda. Ma quest’anno l’inflazine e’ entrata in una fase di boom, per effetto delle spese pubbliche elevate, delle politiche di accomodamento monetario, dell’incremento dei salari, dei dati macro inaffidabili, dell’impatto dei controlli effettuati su import e valuta nazionale, ma soprattutto dell’inerzia.

Buona parte degli economisti interpellati negli ultimi tempi sono convinti che il paese sia’ gia’ sprofondato in una fase staglfazione – un mix pericoloso di crescita stagnante e inflazione alle stelle – mentre altri lo escludono perche’ scommettono su una ripresa nella seconda parte del 2013.

La situazione non puo’ ancora essere associata a quella dell’iperinflazione subita dall’Argentina in passato, ma rappresenta un rischio da non prendere sotto gamba, perche’ potrebbe facilmente finire per cancellare gli sforzi fatti dopo la devastante crisi del 2001-2002 per rilanciare l’occupazione, creare posti di lavoro e ridurre il tasso di poverta’.

Dovendo fare i conti con il brusco calo delle entrate fiscali, alcune amministrazioni provinciali fanno fatica a pagare i dipendenti pubblici.

La verita’ e’ che l’Argentina sta perdendo competivita’ in maniera riguardevole, per via del fatto – in primo luogo – che l’inflazione, argomento tabu’ per la presidenta Kirchner, supera la svalutazione della moneta.

Dal 2007 l’indice dei prezzi accumulato e’ salito del 140%, mentre il peso ha subito una fase di deprezzamento del 40% contro il dollaro. Buenos Aires e’ lo stato del continente latino americano che ha preso piu’ inflazione in dollari negli ultimi cinque anni. Dal 2010 il problema si e’ aggravato.

In secondo luogo a pesare sono le politiche energetiche sbagliate. L’Argentina e’ diventata un paese importatore netto di idrocarburi. Basti pensare che se nel 2003 non sono praticamente stati importati combustibili, nel 2011 Buenos Aires si e’ vista invece costretta a comprare oltre 9 mila milioni di dollari dall’esterno.

Infine, le incertezze monetarie, un pessimo clima creato dall’arbitrarieta’ del governo nei suoi interventi microeconomici e un crescente carico fiscale, hanno spinto le imprese e i cittadini a rifugiarsi sempre di piu’ nel dollaro come riserva di valore.

Nel 2003-2006 la somma e’ stata pari a 1.500 milioni di dollari l’anno, nel 2007-2010 48 miliardi e solamente nel 2011 21 miliardi.

Questi tre fattori (perdita di competivita’, necessita’ di dollari per importare energia e una crescente fuga dal peso) hanno spinto ilgoverno a imporre restrizioni molto rigide alle importazioni e alle operazioni di acquisto di dollari. Ecco spiegato il balzo dell’inflazione e i rischi che comporta.

Il boom dell’indice dei prezzi non ha convinto il governo a cambiare strategia e la nazione ora rischia in futuro di fare un’altra volta default, visto anche il fatto che la nazione resta la piu’ debole di tutto il Sudamerica in termini di riserve del Banco Central.

Per acquistare dollari in Argentina si e’ costretti a rivolgersi alla banca centrale, che ha riserve in dollari per circa 50 miliardi. Il problema e’ che anche buona parte del debito argentino e’ denominato in dollari. Sedici di quei 50 miliardi di dollari serviranno a ripagare gli interessi sul debito in dollari per i prossimi cinque anni.

Siccome cambiare la denominazione del debito da dollari a pesos equivale a fare default, il governo argentino ha messo in pratica molte misure per impedire che i dollari della banca centrale escano da paese.