Private equity, propulsore attivo della ripartenza

17 Giugno 2021, di Fabrizio Guidoni

“Nell’anno della pandemia il mercato del private capital italiano ha tenuto; la raccolta è cresciuta anche grazie al maggiore apporto dei privati. Cresce il comparto delle infrastrutture, grande obiettivo per il rilancio del Paese; da rilevare che nel 2020 oltre il 50% degli investimenti hanno riguardato imprese che per la prima volta si sono aperte a un private equity”.

Così Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi, l’Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt, ha presentato sottolineandone gli aspetti positivi i risultati dell’analisi condotta da Aifi stessa, in collaborazione con PwC Italia – Deals, sul mercato italiano del capitale di rischio.

Ma il presidente non ha comunque nascosto le diverse zona d’ombra in cui è vissuto il settore lo scorso anno: “Il rovescio della medaglia è però un crollo dell’expansion, attività che più servirebbe in questo momento per il supporto alla tenuta delle imprese. Occorre infine investire sui fondi di turnaround che potrebbero permettere a molte aziende di non chiudere ma, anzi, di ripartire con una nuova governance e nuovi obiettivi ritornando sul mercato più forti e strutturate”.

Private equity: raccolta in crescita

Andando nel dettaglio numeri del report, si può osservare che nel 2020 la raccolta sul mercato del private equity e venture capital è stata pari a 2.072 milioni di euro, in crescita (+32%) rispetto ai 1.566 milioni dell’anno precedente. Gli operatori che nel 2020 hanno svolto attività di fundraising sul mercato sono stati 26. Con riferimento alla provenienza geografica dei fondi, la componente domestica ha rappresentato il 90%, mentre il peso di quella estera è stato del 10%.

A livello di fonti, il 28% della raccolta deriva da investitori individuali e family office, grazie anche al closing di alcuni fondi retail, seguiti dalle assicurazioni, con un peso del 27%, protagoniste in particolare nella raccolta di un fondo di dimensioni significative, dai fondi di fondi istituzionali, presenti al 16%, e dai fondi pensione e casse di previdenza, con una quota del 12%.Certo, i numeri svelano anche diversi aspetti sui cui i private investment hanno sofferto.

A cominciare dall’ammontare investito (private equity, venture capital e infrastrutture) risultato pari a 6.597 milioni di euro, in diminuzione del 9% rispetto all’anno precedente dove aveva totalizzato 7.223 milioni di euro. Se si escludono le infrastrutture, l’ammontare si assesta a 5.275 milioni di euro, in calo rispetto al 2019 quando era stato di 6.713 milioni di euro.

Disinvestimenti in calo

Negativi anche i dati legati ai disinvestimenti. Come si legge nel comunicato di presentazione dei risultati, nel 2020 l’ammontare disinvestito al costo di acquisto delle partecipazioni è stato pari a 1.594 milioni di euro, in diminuzione del 28% rispetto ai 2.216 milioni dell’anno precedente.

Il numero di exit è stato pari a 81, in calo del 39% rispetto al 2019, quando si era attestato a 132. Il canale maggiormente utilizzato per i disinvestimenti, se guardiamo all’ammontare, è stato la vendita ad un altro operatore di private equity, per un totale di 876 milioni di euro, con un peso del 55% sul totale disinvestito, mentre considerando il numero di operazioni, la vendita a soggetti industriali ha rappresentato il canale di exit principale, con un quota del 43% pari a 35 exit.

Forte ripresa a cominciare dalla seconda parte del 2020

“Dopo un primo semestre dello scorso anno particolarmente impattato dalla pandemia si è vista una forte ripresa nel secondo semestre del 2020 con investimenti in linea con lo stesso periodo dell’anno precedente” spiega Francesco Giordano, partner di PwC Italia – Deals, che condivide un ottimismo di fondo, giustificato e supportato dai segnali arrivati anche in questi primi mesi del 2021: “Il trend è molto positivo, segno che, dopo un primo periodo di adattamento, gli operatori di private equity hanno ripreso la loro attività a pieno ritmo”.

D’altronde, non è solo la crescita della raccolta a dare segnali incoraggianti sul finire dello scorso anno, pur molto sfidante.

Infatti, a fine 2020 si è potuto contare un numero di operazioni in crescita del 27% attestandosi a 471, rispetto alle 370 dell’anno precedente, trainato dall’attività di venture capital, che ha visto l’avvio dell’operatività di un soggetto di matrice istituzionale, focalizzato sugli investimenti in imprese nelle prime fasi di vita.
Come naturale conseguenza di questa dinamica, il 2020 è stato caratterizzato da una crescita significativa dell’early stage (seed, start up e later stage), sia per numero di investimenti (306, pari al 65% del numero totale, +82% rispetto all’anno precedente), sia per ammontare (378 milioni, +40%). Il buy out, invece, con 4.370 milioni di euro investiti, come di consueto ha rappresentato il segmento principale in termini di ammontare (66% del totale, -14% rispetto al 2019), distribuito su 94 operazioni (-24%).
Da sottolineare in particolare la crescita del comparto delle infrastrutture, al secondo posto per ammontare investito con 1.322 milioni di euro (+159% rispetto all’anno precedente) e 20 operazioni (+54%).

In calo, invece, le operazioni di expansion, che sono state 40, in flessione del 17%, per un ammontare pari a 354 milioni (-61%). In fondo alle tipologie di operazioni, il segmento del turnaround, dedicato alle imprese in difficoltà, che ha mantenuto un ruolo di nicchia, con solamente 9 operazioni e 172 milioni di euro investiti.

La dinamica settoriale. A livello settoriale, il reporto Aifi – PwC Italia ha evidenziato che il 2020 ha visto al primo posto per numero di investimenti il comparto ICT, con il 33% delle operazioni totali, seguito dal medicale, 13%, e dai beni e servizi industriali, 11%.
Il 38% del numero di operazioni ha riguardato imprese ad alto contenuto tecnologico: considerando solamente il comparto dell’early stage, tale valore sale al 53%.

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di maggio del magazine Wall Street Italia