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Private credit, il boom da trilioni di dollari che preoccupa i mercati

Il mercato del private credit continua a crescere a ritmi sostenuti, con asset globali che hanno superato i 1,7 trilioni di dollari nel 2024 e proiezioni che indicano un possibile raggiungimento dei 2,8 trilioni entro il 2028. Alimentato dall’arretramento delle banche tradizionali e dalla ricerca di rendimenti più elevati da parte degli investitori istituzionali, il settore si è rapidamente trasformato da strumento alternativo per aziende mid-market a pilastro della finanza globale.

Tuttavia, il 2025 – come fanno osservare alcuni analisti – si sta rivelando un anno critico, in cui convergono forti pressioni macroeconomiche, aumento dei costi del debito e rischi crescenti legati a strumenti opachi come i prestiti PIK (Payment-in-Kind).

Il boom del private credit ha creato un mercato troppo grande per fallire, ma anche troppo fragile per ignorarne le vulnerabilità,” ha dichiarato un analista di PIMCO, sottolineando il crescente allarme tra i gestori istituzionali.

Costi del debito in aumento

Dietro il boom del credito privato si nascono criticità che derivano da vari fattori. L’incremento dei tassi d’interesse degli ultimi anni ha avuto un impatto diretto sul costo del debito per le aziende private, molte delle quali si trovano ora con margini ridotti e una capacità limitata di coprire i pagamenti. Non è un caso che, secondo le ultime analisi, i default tra le società mid-market negli Stati Uniti abbiano toccato i livelli più alti dal 2010, e il 2025 si preannuncia come un altro anno da record per i fallimenti.

“Il contesto attuale impone alle imprese di rifinanziare a costi significativamente superiori rispetto a quanto avveniva solo due o tre anni fa” spiegano da Moody’s. “E le aziende più fragili non reggono l’urto.”

A ciò si aggiunge un deterioramento della qualità del credito, con le aziende a rating più basso che presentano margini in calo e vendite stagnanti.

L’allarme prestiti PIK: “bomba a orologeria”?

Uno degli sviluppi più preoccupanti è l’aumento dell’utilizzo dei prestiti PIK, che permettono alle aziende di rinviare il pagamento degli interessi, capitalizzandoli sul debito residuo. Sebbene questi strumenti offrano flessibilità apparente, rappresentano un pericoloso aumento occulto dell’indebitamento, particolarmente insidioso in fase di rallentamento economico.

“Quando più della metà dei PIK viene attivata in corsa a causa di difficoltà finanziarie, non si tratta più di una strategia, ma di un segnale di stress sistemico,” afferma un esperto del settore citato da CNBC.

Secondo i dati 2025, la quota di operazioni private credit con componenti PIK è salita dal 6,8% del 2021 al 10,7%, con oltre il 55% dei PIK definiti “Bad PIK”, ovvero aggiunti successivamente all’emissione a causa dell’incapacità dei debitori di sostenere il servizio del debito.

Rischi di contagio

Ad allungare ombre sul settore c’è poi l’interconnessione crescente tra fondi di private credit, banche e investitori istituzionali. In un contesto di crisi, questa rete potrebbe fungere da amplificatore invece che da ammortizzatore degli shock finanziari.

“Il vero problema non è solo l’insolvenza di qualche debito,” ha avvertito un dirigente di una grande banca americana, “ma la trasmissione del rischio attraverso un ecosistema opaco e poco liquido.”

Il private credit, infatti, soffre di una cronica mancanza di trasparenza. Le valutazioni degli attivi sono sporadiche, le disclosure limitate e la presenza crescente di prestiti con leverage superiore a 6x EBITDA e covenant-lite riduce sensibilmente le tutele per i lender.

“Nel private credit oggi si vedono strutture che nel mondo bancario pre-2008 sarebbero state considerate insostenibili,” ha osservato un gestore intervistato dalla CNBC. “La storia ci ha insegnato che l’euforia senza disciplina porta a crisi gravi.”

Selettività e gestione Attiva: una nuova normalità

Nonostante i rischi, il private credit rimane una delle asset class più attraenti per gli investitori grazie a rendimenti elevati e bassa correlazione con i mercati pubblici. Tuttavia, la pressione crescente impone un cambio di paradigma nella gestione.

La selettività torna a essere cruciale: servono processi di due diligence più rigorosi, gestione attiva dei portafogli e un’attenzione costante alla ristrutturazione dei crediti. I gestori con maggiore esperienza e risorse si trovano in una posizione privilegiata per affrontare questo contesto, mentre quelli meno strutturati rischiano di subire pesanti perdite.

“Chi non ha affrontato crisi precedenti potrebbe non avere gli strumenti per navigare questa fase di mercato,” avverte un manager europeo. “Il settore sta allargando la forbice tra chi può adattarsi e chi no.”

Futuro in crescita, ma con occhio alla volatilità

Il 2025 si configura dunque come un anno di transizione. Da un lato, la domanda di finanziamenti alternativi è in crescita, favorita dalla ritirata delle banche e dall’esigenza di flessibilità da parte delle imprese. Dall’altro, l’aumento dei costi del debito, la proliferazione dei PIK e le tensioni macroeconomiche impongono un ritorno alla disciplina creditizia.

“Il private credit è potente e utile, ma non invulnerabile,” conclude un analista del FMI. “Se non gestito con rigore, potrebbe passare da soluzione a fonte del problema.”