Piercamillo Davigo sulla “evoluzione della corruzione” in Italia

23 Aprile 2017, di Alberto Branchetti

Pisa, 21 aprile 2017

 

Presso L’università di Pisa, dipartimento di Scienze Politiche, il Master in analisi, prevenzione, contrasto della criminalità organizzata e della corruzione (Master APC Pisa) ha promosso una Lectio Magistralis di Piercamillo Davigo  (Presidente della II Sez. Penale della Corte di Cassazione)  “evoluzione della corruzione: studi di caso, esperienze, testimonianze”.

Davigo ha iniziato il suo intervento dicendo che studiare sui libri norme e regolamenti è diverso da applicare la legge nella vita reale. Chi studia Legge dovrebbe integrare le materie previste dagli atenei con conoscenze in scienze sociali perché importanti per comprendere appieno la società di oggi ovvero il contesto nel quale andranno ad operare.

Davigo afferma che per contrastare la criminalità e la corruzione necessita soprattutto una nuova “coscienza sociale diffusa” (ripristino del merito, orgoglio di appartenenza).

Nel settore Pubblico la corruzione è “radicata” perché c’è alla base una debolezza dello “Stato unitario”.

Le Organizzazioni Pubbliche che in passato progettavano e costruivano “tutto” adesso si appoggiano a consulenze e imprese esterne con il risultato che le opere pubbliche costano il doppio degli altri Paesi Europei e sono di minore qualità anche perché in alcuni casi vengono “caricate” del costo della corruzione.

Davigo ha sottolineato che nel ’92 le denunce di alcuni imprenditori a carico di una parte della Politica sono derivate dalla sopravvenuta minore possibilità di spesa da parte dello Stato.

Gli imprenditori che non “guadagnavano” più come negli anni passati, ma ai quali erano richieste tangenti, hanno iniziato a “parlare”.

Il problema corruzione, continua Davigo, è “sociale”. Sono adottate “tecniche di neutralizzazione” ovvero, chi compie un reato si giustifica di fronte a se stesso e al popolo e l’idea che “passa” riguardo ai magistrati è distorta.

C’è una “spaccatura” tra opinione pubblica e Magistratura, nonostante ciò le statistiche dicono che il 44% dei cittadini ha fiducia nei giudici.

Davigo afferma che un altro problema in Italia è che prevale lo “spirito di fazione”. Tutti difendono l’imputato che appartiene ad un “gruppo”. Il “gruppo” anziché di isolare la “mela marcia”, è portato a proteggerla pubblicamente “incidendo” così sul “giudizio sociale collettivo”.

La Politica (continua Davigo) non dovrebbe attendere i processi di primo, secondo e terzo grado, ma dovrebbe prendere provvedimenti immediati perché “…c’è una giustizia sociale da rispettare prima di quella ordinaria…”.

I cittadini, così facendo, apprezzerebbero il comportamento serio, corretto e trasparente della politica concedendogli più fiducia.

Di conseguenza anche la Magistratura, che svolge solo il proprio lavoro, sarebbe più apprezzata da tutti.

Una Lectio quella di Piercamillo Davigo incentrata, più che su leggi, norme e regolamenti, sulla “costruzione” di una nuova coscienza sociale, che dovrebbe premiare nel settore Pubblico chi ha capacità operative (meritocrazia) e chi è onesto e lavora nell’interesse della collettività.