PERCHE’ SIAMO TUTTI PIU’ POVERI

28 Agosto 2006, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – La settimana scorsa il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha lanciato un appello significativo al mondo della politica dei paesi occidentali: «Fate in modo che i vantaggi della globalizzazione vengano ampiamente redistribuiti all’interno dei vostri paesi in modo tale da contrastare il ritorno del protezionismo». Le parole del Presidente della banca centrale americana, che esulano dal campo proprio della politica monetaria, sono particolarmente significative, poiché rispondono alla crescente insofferenza degli americani di fronte ad una ripresa, che oramai si protrae da cinque anni, ma che non si è tradotta in un aumento dei salari dei lavoratori.

Infatti i dati statistici indicano che il salario mediano degli americani è stagnato e che quindi il tenore di vita dell’americano medio è diminuito o è al massimo rimasto invariato. Questo fenomeno, su cui ci siamo già soffermati, non è una prerogativa degli Stati Uniti, ma si manifesta anche in Europa. Esso si accompagna sia al di qua sia al di là dell’Atlantico con una maggiore insicurezza economica e con un aumento delle diseguaglianze sociali.

Le parole del presidente della banca centrale statunitense sono particolarmente significative, poiché per la prima volta da molti anni a questa parte una personalità di questo calibro ripropone la questione della distribuzione dei redditi, anche se l’invito viene motivato dall’esigenza di non dare fiato alle pressioni protezionistiche. Sta di fatto che il presidente della banca centrale statunitense ha riconosciuto implicitamente che la stagnazione dei salari e l’aumento delle ineguaglianze sono legate al processo di globalizzazione.

Ma molto probabilmente l’appello di Bernanke si fonda anche su altre preoccupazioni. La stagnazione dei salari e la crescita delle diseguaglianze sono fattori che ostacolano una crescita sana e duratura dell’economia americana. E infatti la ripresa di questi ultimi cinque anni si è fondata su un aumento dei consumi non dovuto ad un aumento di reddito delle famiglie, ma ad un aumento del loro indebitamento, favorito dal basso livello del costo del denaro e dalla crescita dei prezzi immobiliari.

Ora che la politica monetaria americana sta diventando meno accomodante, ora che si avvertono i primi scricchiolii della bolla formatasi nel mercato immobiliare e ora che il potere d’acquisto delle famiglie viene decurtato dall’aumento del prezzo della benzina, Ben Bernanke è preoccupato dalla possibilità di una forte riduzione dei consumi delle famiglie. In questo contesto non deve sorprendere che la massima autorità monetaria statunitense rilanci la tematica della distribuzione dei redditi.

Perseguendo una simile politica non si isolano solo le voci che invocano misure protezionistiche, ma si creano le premesse per garantire una crescita sana e duratura che si fonda sull’aumento dei redditi e non solo sull’aumento della produttività e degli utili. L’appello di Bernanke, che probabilmente anticipa una svolta rispetto alla politica economica seguita negli ultimi anni, non deve far riflettere solo il mondo della politica americano. Infatti la realtà in Europa non è sostanzialmente diversa da quella degli Stati Uniti.

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