Peppe Quintale. L’uomo che sussurrava ai cavalli

25 Aprile 2022, di Redazione Wall Street Italia

Presentatore TV, comico, imprenditore e oggi allevatore di cavalli da corsa. Storia di un uomo che ha fatto di una passione la sua filosofia di vita

A cura di Francesca Gastaldi

Peppe Quintale, all’anagrafe Giuseppe Quintale, è stato uno dei personaggi televisivi più conosciuti alla fine degli anni ‘90 in Italia. Dopo la carriera in televisione si è rilanciato prima come imprenditore, poi come allevatore di cavalli. Oggi, nell’ambiente ippico, in tanti conoscono il suo nome e quell’istinto che lo ha portato a conquistare con un suo cavallo il secondo posto del St. Leger inglese, una delle competizioni ippiche più prestigiose dopo il Royal Ascot. Si può arrivare secondi e vivere felici? Assolutamente sì, come racconta in quest’intervista a Wall Street Italia. 

Peppe Quintale festeggia la medaglia d’argento di Clemente Russo nella finale dei pesi massimi ai Giochi Olimpici di Londra

Laureato a Napoli a 23 anni, ha iniziato a lavorare come animatore in un villaggio turistico: cosa ricorda di quell’esperienza?
“I miei genitori volevano più di ogni cosa che mi laureassi, una volta raggiunto il traguardo è cominciata la mia seconda vita. Lavorare nei villaggi turistici è stata la prima esperienza che mi ha permesso di essere veramente me stesso. Ho incontrato persone che hanno creduto in me: un anno dopo ero già capo animatore nei villaggi Valtur e sono anche stato il più giovane capo villaggio del gruppo”.

L’approdo in TV è arrivato nel 1993 con la partecipazione a Le Iene e altri programmi di intrattenimento, dove ha puntato soprattutto sulla comicità. Da dove nasce il suo buon umore?
“Il buon umore fa parte di me. Portare la comicità in televisione è stato naturale, il frutto dell’esperienza fatta nei villaggi vacanza e di quella nel locale TinaPika inaugurato con degli amici a Roma che è diventato il tempio del cabaret e della musica dal vivo. A Le Iene mi sono inventato il concept ‘Le Iene portano bene’: regalavo una maglietta con stampata la mia faccia ai giocatori e agli allenatori delle grandi squadre, dicendo loro che se l’avessero indossata gli avrei portato fortuna. Da Marcello Lippi a Roberto Mancini ad Alessandro Del Piero, li ho convinti tutti e questi, magicamente, vincevano… È stato incredibile”. 

Il fantino Frankie Dettori ad Ascot, giugno 2021

A un certo punto ha deciso di ritirarsi dalla scena: cosa l’ha spinta a lasciare la TV?
“Sono stati diversi fattori. Prima di tutto, una grande delusione: in quel periodo avevo un buon contratto a Italia 1. Mi vollero in Rai e mi lasciai convincere. Purtroppo, rispetto a quello che mi era stato promesso, mi ritrovai a fare pochissimo. La difficoltà più grande era legata al fatto che un personaggio come il mio non poteva essere catalogato. Mi sono sentito dire molte volte: se fai il presentatore non puoi fare il comico, se fai il comico non puoi cantare. In America chi ha tanti talenti può fare lo showman, ma in Italia non era possibile. Nel 2006 ho ricevuto un’offerta da Vincenzo Novari, all’epoca amministratore delegato di Tre, che mi chiese di lanciare insieme ai suoi collaboratori un nuovo canale televisivo, La3”.

È stato manager e consulente alla Tre per oltre 10 anni. Come ha vissuto il passaggio da personaggio pubblico a imprenditore?
“Sono una persona molto umile, questa esperienza è servita prima di tutto per dimostrare a me stesso di essere capace di fare altre cose. Ho imparato di fatto un altro lavoro, anche dal punto di vista creativo è stato entusiasmante: era un canale nuovo, da inventare da zero. Il mio team ha dimostrato di avere una certa inclinazione a intercettare i talenti e lanciare quelle che erano considerate idee visionarie. Poi però anche quell’esperienza è terminata: con la fusione di Wind e Tre venne fatta tabula rasa di tutto quello che avevamo costruito”.

Nel frattempo ha riscoperto l’amore per i cavalli, lo Sport dei Re. Da dove nasce questa passione?
“Ho sempre avuto una passione per i cavalli: sono di Bagnoli, un quartiere di Napoli vicinissimo all’ippodromo. Amo i cavalli perché rispecchiano ancora oggi le leggi della natura, che sono chiarissime nel mondo del galoppo: se un cavallo arriva al palo e vince vale mille, se arriva ultimo vale uno. Nell’ippica esiste un unico giudice: il palo di arrivo con il circoletto rosso. Ho iniziato da neofita con un cavallo da corsa, ma ho saputo apprendere con pazienza e tanti sacrifici, trasformando la mia passione in un business”.

Questo è uno sport elitario che permette di conoscere personaggi singolari… Ci racconta alcune delle esperienze uniche che ha vissuto?
“È un ambiente per certi versi impari: i miei competitor sono uomini che hanno disponibilità economiche illimitate, spesso sceicchi, come Mohammed bin Rashid Al Maktoum. Ho avuto la fortuna di partecipare al Royal Ascot in Inghilterra, la corsa ippica inglese più esclusiva riservata ai cavalli purosangue, e vedere la regina Elisabetta esultare. Ho fatto parte di un sindacato di proprietari di cavalli che aveva come madrina l’attrice americana Bo Derek. È un mondo incredibile fatto di relazioni in cui vengono a cadere le pure formalità: al di là delle differenze sociali, siamo semplicemente degli allevatori, sono i cavalli a parlare per noi”.

Un cavallo nelle scuderie dell’ippodromo di Huntingdon, Inghilterra

Oltre ad aver allevato due cavalli per il Royal Ascot, un suo cavallo è arrivato secondo al St. Leger inglese. Come si può arrivare secondi ed essere felici?
“È stata una soddisfazione grandissima. Il mio Berkshire Rocco è arrivato secondo e così feci una piccola inserzione sul Racing Post, un giornale dedicato alle corse dei cavalli. In realtà il testo fu così apprezzato che venne pubblicato come articolo. Il titolo che avevo scelto era proprio questo: Essere felici arrivando secondi”.

Quali sono i segreti per scegliere un bel cavallo?
“La genealogia e la morfologia sono caratteristiche determinanti. In questo ambiente ci sono persone che spendono milioni di euro per un cavallo di 18 mesi che poi magari non vince. Come ho scritto in quell’articolo, il bello di questo sport – metafora della vita – è che con i soldi non si può comprare tutto. Anche la fortuna fa la sua parte, ma quello che conta di più è ciò che senti quando vai a comprare un cavallo: quasi tutti quelli che ho scelto hanno vinto”. 

È vero che ha dato a uno dei suoi cavalli un nome del tutto particolare, ispirato a un’espressione napoletana?
“Sì, l’ho chiamato Salutamasoreta. È stato nell’ambito di una Maiden [le gare di galoppo riservate ai cavalli novizi, n.d.r.] a Wolverhampton, in Inghilterra. Non ho resistito alla tentazione di sentire lo speaker che annunciava Salutamasoreta con un tipico accento britannico. È una mia prerogativa: mi diverto a mettere nomi bizzarri ai cavalli. Per un altro, che si classificò terzo, scelsi il nome Capatosta”.

Ha vinto in Francia, Inghilterra, USA, qual è stata la soddisfazione più grande?
“La vittoria di un cavallo a cui diedi il nome di Borbone Napoletano, lo comprai in Inghilterra e debuttò all’ippodromo di Milano, vincendo”.

E l’esperienza più bella?
“Una delle esperienze più belle della mia vita risale a dieci anni fa. Sono stato il padrone di casa di Casa Italia durante i Giochi Olimpici di Londra nel 2012. Ho avuto la fortuna di accogliere, presentare e intervistare tutti i grandi campioni che hanno ricevuto una medaglia. È stata un’esperienza bellissima, ho un ricordo pieno di felicità”. 

A proposito, all’anagrafe Lei è Giuseppe Felice, giusto?
“Il mio nome di battesimo è semplicemente Giuseppe. È un errore di Wikipedia: l’ho segnalato, ma pare che nessuno lo possa correggere. Va bene così: alla fine non sono felice di nome… ma sono felice di fatto”.

 

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di aprile del magazine Wall Street Italia.