Oro: anniversario di confisca

5 Aprile 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – “… io, Franklin D. Roosvelt, Presidente degli Stati Uniti d’America, dichiaro che la detta emergenza nazionale continua ad esistere e proibisco il possesso di monete d’oro, di oro in lingotti e di certificati in oro nel territorio degli Stati Uniti, da parte di individui, organizzazioni, associazioni e aziende…”

È un estratto dell’Executive Order 6102, emanato da Roosvelt 80 anni fa, il 5 aprile 1933, che prevedeva che chiunque possedesse oro era obbligato a cederlo ad una banca in cambio di dollari e ad un prezzo imposto.

L’ordinanza è ben conosciuta tra chi investe in oro. Alcuni temono che la medesima situazione possa ripetersi, che il governo potrebbe tentare un esproprio simile come parte di una soluzione ad un’emergenza economica nazionale.

Quanto accaduto a Cipro, dove ad un certo punto si è temuto che lo stato avrebbe imposto una tassa del 6,75% sui depositi al di sotto dei €100.000 nonostante tale cifra dovrebbe essere garantita, ha incrementato i timori che sotto alcune circostanze la proprietà privata possa essere espropriata.

I governi cambiano le leggi di tanto in tanto, ed è certo possibile che nelle circostanze più sfortunate alcuni governi possano provare a confiscare l’oro dei cittadini. È però importante rendersi conto che le ragioni della confisca dell’oro che erano presenti nel 1933 non sono presenti oggi.

In quel momento negli USA vigeva ancora lo standard aureo, l’oro era quindi il fondamento della moneta e dell’economia americana. Nel momento in cui la suddetta ordinanza fu emanata il valore del dollaro era legato all’oro per un valore di $20,67 all’oncia.

Dopo l’ordinanza 6102, Roosvelt fu in grado di svalutare il dollaro contro l’oro, incrementando il prezzo dell’oro: una volta che il possesso dell’oro fu reso illegale il governo chiaramente controllava la fornitura.

Il Presidente agiva dietro consiglio dell’economista agrario George Warren, la cui osservazione dei prezzi delle materie prime lo convinse che il modo ideale per risolvere una depressione deflazionaria sarebbe stata di stimolare inflazione e spingere i prezzi al rialzo.

Era questa la ragione della svalutazione del dollaro. Nelle settimane dopo l’emanazione dell’ordinanza, Roosvelt e i suoi consiglieri si incontravano per decidere a tavolino quale sarebbe stato il prezzo dell’oro, spingendolo gradualmente fino ai $35 all’oncia che fu il prezzo ufficiale fino a quando Nixon nell’agosto del 1971 pose fine allo standard.

In un certo modo, la confisca dell’oro e il conseguente aumento del prezzo fu una sorta di allentamento quantitativo durante lo standard aureo, visto che si trattava comunque di una politica mirata a combattere l’inflazione tramite l’aumento dei prezzi dei beni. Mentre oggi le banche centrali possono semplicemente creare denaro per ottenere un tale effetto, sotto il gold standard una cosa del genere non sarebbe stata possibile. Per questo Roosvelt confiscò l’oro e ne modificò il prezzo, con l’obiettivo di aumentare i prezzi nell’economia senza che fosse necessario aumentare la riserva aurea.

La situazione di oggi è molto diversa da quella che Roosvelt si trovò ad affrontare nel 1933. L’oro oggi non è alla base del sistema monetario globale. Poche persone posseggono oro, se lo si paragona ad altri tipi di investimento più tradizionali, come gli immobili o i titoli azionari. Chi possiede oro inoltre lo possiede di norma in modo che sia relativamente inaccessibile ai governi. I proventi di una manovra governativa che confiscasse l’oro dei cittadini sarebbe oggi di portata molto inferiore.

A parte l’oro custodito all’estero, ci sono molte altre risorse che sono proprietà privata che costituiscono obiettivi molto più semplici per un’eventuale confisca (tra cui l’oro custodito nella propria nazione) e che renderebbero di più con un minore sforzo.

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