Decalia: crisi 2020, non siamo ancora fuori pericolo

17 Aprile 2020, di Alfredo Piacentini (Decalia)

Stiamo vivendo un momento eccezionale. Sia chiaro, non perché siamo felici di vivere questo incubo, solitari, forse malati, con crescente incertezza, preoccupati per i nostri cari, per chi si prende cura di noi e soprattutto per i nostri anziani, ma perché nessuno di noi ha vissuto una crisi simile.

Prima di tutto politica: devo confessare una certa ammirazione per gli attuali governi di tutti i Paesi. Se si crede all’aumento di popolarità nei sondaggi, un’ammirazione condivisa dalla maggioranza della popolazione in molti paesi. Non c’è dubbio che torneremo a valutazioni più normali dopo la crisi.

Chi di noi vorrebbe essere al governo oggi? Divisi tra il desiderio di rimettere in moto l’economia in tempi brevi e quello di salvare il maggior numero possibile di vite umane. Nessun politico in nessun paese era pronto ad affrontare una tale emergenza. Inoltre, questa crisi è arrivata in un momento in cui molte di queste democrazie si trovano ad affrontare un populismo crescente o rivolte che generano governi di coalizione a volte improbabili. Ed è proprio in questo momento che, come per il più sfortunato dei casi, questi uomini, talvolta di recente prestati alla politica, devono dimostrare le loro capacità.

A volte criticati per il loro procrastinare, la mancanza di trasparenza o di preparazione, o anche per la loro velocità di reazione, se la stanno cavando piuttosto bene alla luce della novità e della profondità di questa crisi.

Naturalmente, quando sarà tutto finito, verranno criticati , da destra e da sinistra, “gli sarà presentato il conto” , come si dice. E questo sarà ingiusto.

Almeno questa crisi ci avrà dato la possibilità di testare sia la chiusura delle frontiere, come vorrebbe una certa destra, sia la decrescita, come vorrebbe una certa sinistra. In entrambi i casi un incubo. Speriamo anche che questi eventi non servano come scusa per privare le persone delle loro libertà, in nome del bene collettivo come in certi paesi dell’est europeo….

Poi dal punto di vista economico: per una volta non è colpa dei banchieri, né della leva finanziaria che è stata all’origine delle grandi crisi come quella del 1929, del 1987 o del 2008. Tuttavia, mi stupisce la resistenza dei mercati finanziari di fronte allo tsunami economico che sta per travolgerci. L’attività economica ne risentirà molto, con saldi che potrebbero scendere fino al -30% sui dati di crescita del secondo trimestre.

L’FMI prevede addirittura una decrescita per il 2020 tra il -5 et il -10%, a seconda dei paesi , in occidente. Questa è solo una media! La caduta sarà molto più profonda in alcuni settori, con tutte le conseguenze che ciò comporta per l’occupazione e ben oltre il periodo di contenimento. Negli Stati Uniti, nelle ultime due settimane di marzo, ci sono state tante nuove persone in cerca di lavoro come durante tutta la crisi del 2008, vale a dire più di 11 milioni.
A meno che non si tratti di un miracolo, la ripresa non sarà certo così rapida come é stato l’arresto.

Naturalmente, gli istituti finanziari sono in condizioni molto migliori rispetto al 1929 o al 2008. E la reazione delle banche centrali e degli Stati non è mai stata così potente e rapida: miliardi di dollari e di euro come se piovesse, aiuti ai disoccupati e alle imprese come nessun politico di sinistra, figuriamoci di destra, aveva mai pensato di distribuire.
La fattura ci verrà inviata con la prossima dichiarazione dei redditi. Con un arresto quasi totale dei consumi non essenziali, in particolare nel turismo, nel settore automobilistico, nei beni di lusso, nell’abbigliamento, ecc. trovo che i mercati finanziari americani a -15% dall’inizio anno sono piuttosto ottimisti.

Una delle ragioni è certamente la composizione degli indici, in particolare negli Stati Uniti, dove la tecnologia e i titoli Internet hanno un peso significativo, per non dire preponderante. Essendo generalmente considerati meno sensibili al confinamento, o addirittura favoriti, le loro “buone” prestazioni sono un po’ come l’albero che nasconde la foresta… riempiendo parte del buco lasciato dai titoli del settore bancario, dalle compagnie aeree, dai titoli del settore energia o ancora dal settore delle crociere, che hanno davvero sofferto, perdendo fino all’80% del loro valore per queste ultime e che sono rimbalzate grazie ai guadagni promessi dai banchieri centrali.

Insomma, non siamo ancora fuori dai guai: questo è il messaggio che i governi e le aziende ci stanno inviando: annunceranno risultati inferiori o addirittura perdite per il 2020, e previsioni di profitto per il 2021 che non sono certamente in linea con le aspettative pre-crisi.

Infine, dal punto di vista della salute: nessuno di noi poteva immaginare che ci fossero così tanti virologi, epidemiologi, ricercatori, medici specializzati in malattie infettive e altri scienziati pronti a dare la loro opinione, tutti media messi insieme.

I canali di informazione riescono a creare un’atmosfera più ansiogena che non un’opinione strutturata. E per una buona ragione: in fondo, vogliamo risposte che nessuno scienziato ha ancora ; ci mancano la prospettiva , gli studi clinici e le statistiche sufficientemente comprovate.

Si dice che i sistemi sanitari siano stati carenti: dipende dal Paese, probabilmente non in Svizzera, un paese ricco con un’assistenza sanitaria parzialmente privata.

È più complicato in altri paesi europei con un deficit del sistema sanitario ; ma potevamo ragionevolmente immaginare questo tipo di pandemia? Ogni giorno nasce una Cassandra come Bill Gates che annuncia la fine del mondo e ognuna con uno scenario credibile. Possiamo proteggerci da tutto? I costi per gli Stati sarebbero esorbitanti.

Lo Stato sociale ha i suoi limiti e certamente costi che la popolazione non necessariamente vuole o può assumere. Dobbiamo quindi imparare a integrare nell’equazione della vita l’ignoto del Cigno Nero, dell’evento molto improbabile che può accadere, come i nostri predecessori hanno accettato per secoli o, senza andare molto indietro, nel 1957 o nel 1968 durante le due influenze che i nostri genitori hanno vissuto senza battere ciglio.

Ma le nostre civiltà occidentali non sono più disposte ad accettare questi rischi perché oggi gli Stati dovrebbero proteggerci da tutto.

In un momento in cui un vaccino non sarà disponibile per uno o due anni, in cui ci vorranno settimane per trattamenti efficaci e test diffusi, l’unica soluzione per uscire da questa situazione di stallo tra qualche settimana sarà purtroppo quella di mettere a rischio la popolazione, proteggendo al tempo stesso coloro che sono più esposti ai pericoli di questo flagello; a rischio di pagare un costo sociale ed economico che potrebbe portare a conseguenze a lungo termine difficili da immaginare ma potenzialmente ancora più gravi di una pandemia.

Quanto all’ingenuità di credere che da questa terribile esperienza emergerà un nuovo mondo, la storia ci mostra che tutte queste crisi, guerre comprese, generano dibattito, ma raramente provocano sconvolgimenti nelle nostre vecchie abitudini, e che i cambiamenti profondi richiedono tempo.
Speriamo che almeno i nostri sistemi sanitari ne traggano beneficio, e che si abbia una nuova lettura dell’eccessiva globalizzazione.