Capital Group: opportunità nell’obbligazionario dei mercati emergenti

31 Agosto 2020, di Jeremy Cunningham (Capital Group)

A seguito dell’estrema volatilità sperimentata nel marzo 2020, i mercati a maggior rischio si sono significativamente ripresi, non da ultimo grazie a livelli senza precedenti di misure di stimolo monetario e fiscale, con le banche centrali e i governi che lavorano fianco a fianco.
Gli istituti centrali di tutto il mondo, compresa la Federal Reserve (Fed), hanno indicato che i tassi di politica monetaria rimarranno probabilmente bassi nel prossimo futuro. Inoltre, la Fed ha anche segnalato che potrebbe allungare la durata media degli acquisti nell’ambito dell’allentamento quantitativo (QE) quando sarà completata la transizione dal sostegno di emergenza al mercato alla fornitura di una guidance sulla politica monetaria per raggiungere gli obiettivi a lungo termine.

In questo contesto di tassi d’interesse “più bassi più a lungo”, la caccia globale al rendimento continua. In effetti, gli spread creditizi degli ultimi mesi hanno ripercorso una parte significativa dell’ampliamento registrato nel primo trimestre del 2020 in generale. In questo contesto, continuiamo a vedere opportunità nel debito dei mercati emergenti (EM), e in particolare il debito in valuta forte poiché non ha ritracciato il sell-off del primo trimestre, come si è visto in altri settori.

Se i lockdown nei Paesi emergenti non sono stati così estesi come nelle economie sviluppate, il costo dei tentativi di blocco, la chiusura del commercio globale e la mancanza di investimenti sono tutti elementi molto onerosi e hanno un impatto diretto. I Paesi che dovrebbero essere più resilienti sono quelli più chiusi e meno esposti alle tendenze globali.

Il problema diventa quindi la ripresa economica. Nello scenario più negativo, le recessioni nei Paesi emergenti finiranno per essere più profonde e più lunghe di quanto ci aspettiamo, il che potrebbe causare un calo della crescita potenziale. Questo può accadere quando gli investimenti privati vengono tagliati, il capitale umano viene eroso (con l’aumento della disoccupazione) e il commercio internazionale crolla, il che avrebbe un impatto negativo sulla produttività.
In uno scenario positivo i Paesi emergenti concentrerebbero gli stimoli fiscali sulle infrastrutture e sui progetti a lungo termine, che in realtà si rivelerebbero essere la spinta alla crescita di cui molti di questi Stati hanno bisogno.

In circostanze più “normali”, c’è molta cautela per quanto riguarda il credito e l’indebitamento, così come una prudenza fiscale prescrittiva in stile FMI su cui i mercati si concentrano molto; ma per ora, molti emergenti si trovano di fronte a una finestra di opportunità per realizzare alcuni progetti infrastrutturali su larga scala, attesi da tempo.

Dall’inizio della crisi c’è stata una netta differenza nel sell-off tra il debito dei mercati emergenti in valuta locale e in valuta forte. Quando la crisi ha colpito le economie emergenti a marzo, il debito in valuta locale è sceso appena dell’1% circa in termini di valuta locale a marzo, a fronte di perdite a due cifre per la parte dell’asset class denominata in dollari.

Storicamente, il debito in valuta locale ha avuto una resa maggiore del debito in dollari. Questa situazione è cambiata negli ultimi due anni e ora ha subito una completa inversione.
Parte di questa inversione riflette la qualità degli emittenti del mercato locale, che tendono a essere di qualità superiore e più sviluppati rispetto alla più ampia asset class. Contestualmente, negli ultimi anni abbiamo visto un maggior numero di emittenti sovrani di qualità inferiore arrivare sul mercato del dollaro.