Borse ed economie europee: buone notizie

12 Agosto 2021, di Matteo Ramenghi (Ubs)

Negli ultimi giorni sono stati pubblicati molti dati economici e aziendali che confermano come l’Europa stia procedendo verso una ripresa vigorosa e duratura. Secondo le stime di Eurostat, il PIL della zona euro è cresciuto del 2% nel secondo trimestre portandosi a un livello del 13,7%, superiore rispetto al medesimo trimestre dello scorso anno.

Mancano solo 3 punti percentuali per recuperare il livello di PIL pre-pandemia, un obiettivo realistico per la fine dell’anno. Stimiamo una crescita per l’eurozona del 5,1% per il 2021: a questo punto si tratta di una previsione a portata di mano, nonostante il rischio di nuove restrizioni per via della variante Delta.

L’espansione dell’eurozona nel secondo trimestre è stata più rapida e intensa di quanto si aspettassero gran parte degli economisti ed è stata guidata da Italia, Spagna e Portogallo. L’Italia ha registrato una crescita del 2,7% rispetto al primo trimestre dell’anno, con il contributo di quasi tutti i comparti: domanda interna, esportazioni, servizi e industria. Al contrario, Germania e Francia hanno registrato performance moderate, rispettivamente +1,5% e +0,9% nel trimestre.

Nel caso della Germania, probabilmente l’economia è stata rallentata dalla difficoltà nel reperire materie prime. I leading indicator, vale a dire quegli indici che dovrebbero anticipare gli andamenti economici, suggeriscono che questi risultati potrebbero continuare: il Markit Purchasing Managers’ Index (PMI, che riassume le indicazioni dei direttori acquisti di un ampio campione di aziende) rimane a un livello molto elevato (62,8), che indica una forte espansione economica.

Del resto, anche i risultati del secondo trimestre delle società quotate in Europa (oltre 200 hanno già pubblicato i loro dati) mostrano una crescita dei ricavi e un forte aumento della redditività: mediamente gli utili sono risultati del 33% superiori alle stime degli analisti.

La principale preoccupazione degli investitori prima delle trimestrali era legata ai margini, visti gli aumenti consistenti dei prezzi delle materie prime. Al contrario, i margini operativi sono risultati in aumento.

Inoltre, molte aziende si sono dichiarate ottimiste riguardo alla possibilità di incrementare i prezzi. I timori relativi alla variante Delta e a potenziali nuove mutazioni sono giustificati ma, finora, nessuna variante sembra eludere completamente i vaccini. Di conseguenza, il peggioramento della pandemia potrebbe ritardare di un trimestre o due la ripresa economica, ma difficilmente la farà deragliare.

L’inflazione sta aumentando anche nella zona euro, dove ha raggiunto il 2,2% a luglio, il livello più alto da ottobre 2018. Ci aspettiamo che quest’anno rimanga superiore al 2%, raggiungendo probabilmente un picco di circa il 3% a novembre.
Molti fattori suggeriscono però che si tratterebbe di aumenti in parte legati a fattori transitori e che l’inflazione tornerà al di sotto del 2% l’anno prossimo – mantenendosi comunque a un livello superiore rispetto all’ultimo decennio.
Oltre al rimbalzo ciclico, ciò che spingerà l’economia nei prossimi anni è il cambiamento delle politiche economiche, ora più orientate alla crescita, e la disponibilità delle famiglie a ridurre il proprio tasso di risparmio, cresciuto notevolmente durante la pandemia. Infatti, l’Unione europea (UE) sembra essere uscita da una lunga fase di dogmatismo fiscale per orientarsi progressivamente verso politiche orientate alla crescita.

La sospensione del Patto di stabilità e crescita, che imponeva tagli di bilancio alle economie più in difficoltà, è stata fondamentale per far ripartire l’economia nonostante la pandemia e, come indicato dal Presidente del Consiglio Mario Draghi, si tratta di un sistema di regole che andrà rivisto e reso più adeguato al contesto attuale.

Anche la costruzione del Recovery Fund, che ricordiamo essere finanziato con obbligazioni emesse dall’UE, denota una svolta dell’Europa, che ha accettato di emettere 800 miliardi di euro di debito comune, qualcosa che sarebbe stato impensabile solo pochi anni fa.

Che cosa significa tutto ciò per un investitore europeo? Si tratta sicuramente di un quadro che suggerisce di rimanere investiti sul mercato azionario, dove i nostri settori preferiti sono quelli più ciclici, come energia e finanziari. Un quadro di maggiore inflazione mette invece sotto pressione il comparto obbligazionario, dove solo una minoranza del mercato riesce a compensare l’atteso aumento dei prezzi.
In quest’area privilegiamo il segmento high yield, rimanendo cauti sulle obbligazioni con rating più elevati (e di conseguenza rendimenti più bassi).