REPORT SPECIALE SU VALUTE EMERGENTI DI LUGLIO

30 Luglio 2015, di Redazione Wall Street Italia

(di Mps Capital Services)
Il comparto delle valute emergenti è tornato nuovamente sotto pressione negli ultimi mesi complice una serie di fattori che hanno reso tali aree meno appetibili per gli investitori esteri. Stando ai dati forniti da JP Morgan, infatti, nel secondo trimestre di quest’anno i deflussi di capitale da tale comparto sono stati pari a 120 Mld$, il livello maggiore dal 2009. Come si può bene vedere dalla tabella sottostante, ad eccezione di alcune valute dell’Est Europa, tutte le altre hanno perso terreno nei confronti del dollaro Usa, con una penalizzazione maggiore per quelle dei paesi esportatori di materie prime. Diversi sono quindi i motivi che possono spiegare il recente andamento del comparto emergente, in particolare:
1. Attese per il primo rialzo Fed. L’Istituto centrale sarebbe in procinto di alzare, per la prima volta dal 2006, i tassi d’interesse. Recentemente, infatti, il governatore Yellen ha ribadito l’intenzione di rivedere al rialzo i tassi entro la fine dell’anno.
2. Rallentamento economia cinese. La principale economia emergente è ormai da qualche anno in una fase di rallentamento graduale. Il recente crollo dei listini azionari sta però incrementando sul mercato i timori di ripercussioni negative sulla domanda interna. Il tutto sta impattando negativamente sulle principali materie prime con conseguente penalizzazione delle valute dei paesi produttori.
Guardando nello specifico alle singole valute, il rand sudafricano, ha evidenziato negli ultimi due mesi una fase di debolezza che ha riportato il cambio vs euro in prossimità dei massimi dell’anno. L’economia del paese ha finora dimostrato una “tenuta” migliore rispetto ad altre economie emergenti con un PIL in accelerazione del 2,1% a/a nel primo trimestre. Il fattore principale che sta mettendo sotto pressione la valuta è il forte calo registrato dai metalli preziosi. L’attività mineraria pesa, infatti, per circa il 10% del PIL del Paese, ma soprattutto per quasi il 50% del valore delle esportazioni, il cui destinatario principale è la Cina. La Banca centrale, dal canto suo, vista la recente risalita dell’inflazione è stata costretta a ritoccare al rialzo il tasso di riferimento (portato al 6%). Il governatore, Kganyago, non ha offerto indizi particolari su quali saranno le future mosse, però ha sottolineato che l’Istituto si terrà sempre pronto ad intervenire in linea con gli obiettivi del suo mandato.
La lira turca ha registrato negli ultimi mesi un andamento tra i più volatili causa l’incertezza politica interna. Le elezioni politiche di inizio giugno hanno, infatti, registrato una sconfitta “relativa” del partito del presidente Erodgan (AKP) che, per la prima volta dal 2002, non è riuscito ad ottenere la maggioranza dei voti. Nel corso del mese di giugno si è assistito ad un tentativo di recupero della valuta su un certo ottimismo riguardo alla possibilità della formazione di un governo di coalizione; attese che però sono venute meno nelle ultime settimane. Un’escalation delle tensioni al confine con la Siria ha, infatti, portato il governo ad autorizzare un intervento militare per via area. Tale mossa sembrerebbe essere dettata, prevalentemente, dalla volontà del AKP di ottenere consensi in vista di possibili nuove elezioni. Se entro il 24 agosto non si formerà un nuovo governo, infatti, saranno indette nuove elezioni. La Banca centrale, dopo aver ridotto i tassi ad inizio anno, li sta mantenendo da qualche mese al 7,5% complice un livello ancora piuttosto elevato dell’inflazione.
La peggiore valuta dell’area emergente da inizio anno continua ad essere il real brasiliano. La valuta ha recentemente toccato nuovi minimi da oltre 10 anni sia vs dollaro sia vs euro complice soprattutto un peggioramento dell’outlook economico. Il paese, infatti, si trova ormai da qualche trimestre in recessione ed il nuovo governo della presidente Rousseff, riconfermata a ottobre scorso, non è ancora riuscito a portare avanti riforme in grado di far ripartire la crescita. A causa di tale peggioramento, il governo ha dovuto recentemente rivedere al ribasso i target fiscali per l’anno in corso, inficiando maggiormente la fiducia degli investitori. Proprio dopo tale decisione è giunto il monito di S&P che ha rivisto a negativo l’outlook sul rating del paese, che al momento si trova sull’ultimo livello dell’investment grade (BBB-). La Banca centrale, dal suo canto, ha iniziato, a partire da fine 2014, una fase di politica monetaria restrittiva attraverso il rialzo del tasso di riferimento di 250 pb, al 14,25%, segnalando però nell’ultima riunione che potremmo essere prossimi alla conclusione di tale fase. Questa politica, dettata dalla necessità di cercare di porre un freno alle spinte inflattive, sta avendo però l’effetto negativo di peggiorare le aspettative di crescita.
In Prospettiva
Nel breve riteniamo che i margini di recupero per il comparto delle valute emergenti siano piuttosto limitati. Al contrario, in vista di un rialzo dei tassi da parte della Fed nella riunione di settembre tale comparto dovrebbe rimanere sotto pressione. Il rischio maggiore potrebbe riguardare la lira turca considerando l’incertezza che potrebbe emergere in caso di elezioni anticipate. Sul real bisognerà invece valutare l’impatto che le future mosse di politiche monetaria avranno sull’andamento del quadro macro.
Un recupero più deciso per il comparto emergente potrebbe invece esserci parte finale dell’anno. La Federal Reserve dovrebbe, infatti, aver sciolto il nodo del rialzo dei tassi, fattore che, come già detto, ha pesato molto sull’andamento dell’area emergente. In tale contesto, gli investitori potrebbero pertanto tornare a guardare al comparto emergente visto l’elevato differenziale di rendimento rispetto al mondo sviluppato.
Qui sotto, la tabella con il nostro consenso e quello degli analisti interpellati da Bloomberg.