Poste Italiane: 40 miliardi investiti in Bot, a rischio risparmi italiani
“Poste Italiane ha arbitrariamente e senza nessun preavviso deciso di investire il denaro dei conti correnti e dei buoni postali, in Titoli di Stato Italiani. Questo se poteva essere giustificato, in tempi passati, quando non esisteva una crisi del debito sovrano, ma continuare a farlo ora va palesemente contro gli interessi e i profili di rischio dei suoi clienti”. Cosi scrive Roberto Casalena su Economico Mensile che scrive:
L’ex amministratore delegato di Poste Italiane, Massimo Sarmi, congedato con una corposa buonuscita: quattro annualità di stipendio da direttore generale “a titolo di incentivo all’esodo per la consensuale risoluzione del rapporto di lavoro” e una annualità di compenso fisso e variabile da ad, “per il mancato rinnovo del rapporto di amministrazione” rilasciò la seguente dichiarazione: ”Come Poste italiane da sempre ci siamo impegnati nella raccolta del risparmio con libretti e buoni fruttiferi.
Il denaro versato sui conti corrente, 40 miliardi, è investito tutto in titoli di Stato”. La dichiarazione fu resa per sottolineare la ”forma virtuosa” del ”contributo che gli italiani stanno dando al Paese”. Poste Italiane è una società controllata, ancora per poco al 60% da Cassa Depositi e Prestiti, fino a qualche decennio fa fornitrice di puri servizi ad oggi divisa in due tronconi, uno che garantisce il servizio postale ed un secondo orientato sul business finanziario.
Da parecchio tempo – continua –
“abbiamo tutti capito come il management di Poste Italiane, abbia puntato tutto sulla gestione finanziaria a dispetto dell’originale servizio prestato ai cittadini. Poste Italiane ha affiancato, nel tempo, ai prodotti tradizionali quali appunto i Libretti Postali, conti correnti, ed i Buoni postali Fruttiferi, un’ampia gamma di prodotti, quali obbligazioni strutturate, Assicurazioni, fondi, compra vendita azionaria. La stranezza, non è tanto che le Fondazioni bancarie detengano il 30% di CDP, ma il loro dimostrarsi contrarie a trasformare Bancoposta in una vera banca, quando ciò era possibile, prima dell’ingresso nell’Euro, perché Poste Spa con gli oltre 13.000 sportelli sul territorio gli avrebbe complicato la vita. Ora, dopo la prima parziale privatizzazione, CDP ha il 60% del capitale, ma è già annunciata per quest’anno una ulteriore vendita del 25%, per cui CDP scenderà al 40% del capitale. a questo punto chi potrà garantire i depositi, i Buoni fruttiferi ed altro di Bancoposta? Anch’essa si è dotata di conti correnti sviluppando piattaforme on-line ecc ecc. Tutto questo, a differenza degli istituti di credito privato, è stato fatto con il denaro dei contribuenti e senza problemi di eccessiva concorrenza, visto che nel suo originario business mantiene il monopolio.
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Wall Street apre in negativo, influenzata dall’aumento dei prezzi del petrolio a causa delle tensioni in Medio Oriente e dai risultati trimestrali deludenti di Tesla e Alphabet. Le azioni di Alphabet scendono del 5,9% a causa delle nuove previsioni di spesa, mentre Tesla perde il 9,6% dopo utili inferiori alle attese. Gli indici Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq sono tutti in calo, mentre il petrolio Wti segna un significativo aumento.
Nella settimana conclusasi il 18 luglio, le richieste di sussidio di disoccupazione negli Stati Uniti sono diminuite di 22.000 unità rispetto alla settimana precedente, superando le aspettative degli analisti. La media delle ultime quattro settimane ha visto un calo, segnale di un mercato del lavoro in miglioramento.
tim ha concluso la prima parte del suo programma di riacquisto azionario, acquistando 14 milioni di azioni per un valore totale di oltre 108 milioni di euro. Il piano, iniziato a maggio 2026, prevede l’acquisto di un massimo di 70 milioni di azioni. Attualmente, tim detiene circa lo 0,12% del proprio capitale sociale in azioni proprie.
Nuovo affondo dell’Unione Europea contro i colossi del tech. La Commissione europea ha sanzionato Google per un importo complessivo di 890 milioni di euro, contestando al gruppo di Mountain View due distinte violazioni del Digital Markets Act (DMA) legate al motore di ricerca e al marketplace Google Play