Come gestire la volatilità, i consigli di Natixis

30 Ottobre 2015, di Redazione Wall Street Italia

DI Frederic Babu, Senior Portfolio Manager Seeyond (Natixis)

I mercati hanno cominciato ad oscillare all’inizio di luglio allorché le autorità cinesi sono intervenute direttamente, per la prima volta nella storia, sui mercati azionari domestici. I timori degli investitori sono aumentati quando la Cina ha annunciato, lo scorso 10 agosto, di procedere con la svalutazione della propria moneta, facendo intendere al mercato che la domanda fosse più debole del previsto e che la Cina avesse bisogno di forti stimoli. Questo ha alimentato la nascente teoria “ribassista” secondo cui il calo dei prezzi delle commodity e la flessione degli scambi commerciali sono legati alla debole dinamica della domanda più che alla saturazione del mercato e che, conseguentemente, la crescita ne avrebbe risentito. In brevissimo tempo, le posizioni di rischio hanno iniziato a mutare notevolmente, a causadell’indebolimento delle commodity e del drammatico allargamento degli spread creditizi. Tali fattori, unitamente ai bassi livelli di liquidità registrati nelle settimane centrali dell’estate, hanno trovato molti investitori impreparati per il successivo sell-off.

Una situazione quindi del tutto analoga alla crisi finanziaria asiatica del 1997. In senso più ampio, è facile fare un parallelo tra la situazione attuale e quella vissuta durante la crisifinanziaria asiatica del ’97. In entrambi i periodi abbiamo assistito ad un rafforzamento del dollaro, all’indebolimento dei prezzi delle commodity e alla relativa sovraperformance delle azioni rispetto alle obbligazioni. Proprio come oggi, nel 1997 i mercati emergenti presentavano debiti crescenti accumulatisi in un analogo scenario globale di bassi tassi d’interesse.

Perché questa volta le cose sono diverse

Sebbene il confronto con la crisi finanziaria asiatica del 1997 possa essere utile per orientare gli investitori in questi tempi difficili, vi sono alcune differenze sostanziali tra la situazione attuale e quella del 1997:

1. Gran parte delle valute dei mercati emergenti non è più ancorata al dollaro statunitense, il che ha reso le relative economie più competitive e non più costrette ad impiegare riserve per mantenere l’ancoraggio.

2. I bilanci dei paesi emergenti sembrano finanziariamente molto migliori rispetto a quelli del 1997. Nella fase post-traumatica del 1997, le economie emergenti si attivarono considerevolmente per costituire riserve di valuta estera per poter così tamponare eventuali future crisi.

3. Siamo di fronte ad un periodo di espansione monetaria senza precedenti sia in Giappone che in Europa, e anche quando gli Stati Uniti inizieranno a normalizzare i tassi d’interesse, gli aumenti saranno molto più contenuti che in passato. La Fed è consapevole degli shock esterni che potrebbero verificarsi laddove il ritmo o la portata di tali aumenti dovessero essere eccessivi per il mercato.

4. Le dinamiche di crescita al di fuori dei mercati emergenti, sebbene modeste, continuano ad apparire favorevoli.

Le prospettive in termini di volatilità

Ogni qualvolta gli asset rischiosi subiscono uno shock di questa portata, siamo costretti ad interrogarci sui paradigmi precedentemente sostenuti e a ricercare informazioni che possano mutare tali convinzioni. Detto questo, il nostro team rimane piuttosto positivo sull’attuale contesto macroeconomico, e la nostra prospettiva sulla volatilità rimane per lo più invariata.

A fronte del continuo alternarsi del “sentiment” dei mercati globali tra un contesto ancora alimentato da liquidità ed uno trainato dalla crescita, ci aspettiamo altri picchi di volatilità simili a quelli verificatisi a fine agosto. In ogni caso, visto lo scenario globale ancora molto accomodante in termini di politiche monetarie e considerato che i mercati emergenti sono dotati di maggiori ammortizzatori interni contro gli shock, rimaniamo fiduciosi sulle prospettive per il 2015. La strada sarà più turbolenta che in passato, ma vediamo la luce alla fine del tunnel.