17:35 lunedì 8 Febbraio 2016

Analisti: resta incerta la strada dei tassi Usa nel 2016

NEW YORK (WSI) – Resta incerto la strada che imboccherà’ quest’anno la Fed in termini di costo del denaro. “Dopo sette anni di tassi e volatilità tenuti sistematicamente compressi, le autorità sono di fronte all’evidenza: devono rispondere a delle domande che non hanno una risposta obiettiva. Avrebbe dovuto essere il mercato a rispondere” scrive in una nota Tad Rivelle, Chief Investment Officer, Fixed Income, TCW, in cui si legge: 

“Ad esempio, quando si cercava di valutare il mercato del lavoro, quanto effettivamente è stato utile che la Fed mettesse in armonia il tasso di partecipazione della forza lavoro con il tasso di disoccupazione e ai dati della crescita dei salari? Di fatto, la Fed si è messa nella stessa posizione insostenibile nella quale si trovano primo o poi quasi tutte le autorità centrali del mondo. Non lasciando la libertà di muoversi alle forze naturali di auto-correzione dei mercati dei capitali, la Fed ha certamente commesso un grave errore nella politica dei tassi. 

Il dilemma della Fed è diventato ormai ovvio a tutti, tranne che ai più strenui difensori dell’Istituto centrale americano. Dal 2014, i prezzi delle materie prime e le valute dei Mercati Emergenti sono crollati, i rendimenti delle obbligazioni junk sono aumentati e la deflazione/disinflazione è più che mai radicata. Se ora la Fed dovesse – tardivamente – decidere di alzare i tassi secondo i quattro step annunciati, vedremmo molto probabilmente una curva di rendimenti più piatta e in parte, forse, invertita.  

Se la Fed dovesse muoversi in tale direzione, la recessione diventerebbe lo scenario base. Se l’Istituto centrale dovesse provare a mantenere i tassi vicino o ai livelli attuali, segnalerà che dopo così tanti anni di politica accomodante, l’economia statunitense è ancora troppo fragile per assorbire aumenti anche solo marginali dei tassi. Questo è quello che diciamo, insieme ad altri, da molto tempo: il re dei tassi di interesse è nudo.

Eppure, se i tassi non possono essere normalizzati, allora tautologicamente il ciclo deve finire con tassi ancora vicino allo zero. Questa realtà suggerisce di allontanarsi un po’ dai mercati monetari e di spingersi nella parte iniziale della curva dei rendimenti dei Treasury. Nel frattempo, bisogna stare attenti agli asset rischiosi e aspettare punti d’entrata migliori con alta disciplina.

A nostro avviso, tali eventi erano prevedibili giacché la politica monetaria è uno strumento limitato. Anche se la Fed dovesse dichiarare che i tassi nominali non aumenteranno, le sue politiche hanno permesso che si sviluppassero eccessi degli investimenti nel comparto delle materie prime che alla fine hanno scatenato forze deflazionistiche. Di conseguenza il mercato, indirettamente, ha messo un veto sulle politiche dei bassi tassi, facendo salire i tassi reali via via che i prezzi delle materie prime crollavano. Gli spread sui bond corporate, sugli high yield e sul debito dei Mercati Emergenti si sono allargati, in molti casi enormemente. Di nuovo, il mercato ha giudicato il tasso reale di questi settori troppo basso e ha “cercato” di aumentarlo. Pertanto, chi controlla veramente i tassi d’interesse?

Le autorità centrali non si fidano dei mercati e per loro natura credono che le trappole per topi che mettono per governare i prezzi siano migliori del parapiglia generale disorganizzato tipico dei mercati del capitale. Eppure, i mercati si autocorreggeranno mentre i funzionari continueranno ad alzare la posta in gioco. I mercati rifletteranno i cambiamenti delle preferenze del rischio prima che le autorità possano accettare un cambiamento della realtà. La Fed ha ignorato il Mercato a lungo ed esso si è sentito negletto e marginalizzato. Non bisognerebbe restare troppo sorpresi se la sua rabbia dovesse sovvertire i migliori propositi della Fed”. 

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