Mutui tossici, bad bank onere gravoso per finanze pubbliche

5 Febbraio 2015, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – È tornato in auge negli ultimi giorni il progetto che prevede la creazione di una bad bank dove far confluire tutti i mutui tossici italiani. Ma uno dei due scenari del piano non è piaciuto agli osservatori e alle associazioni a tutela dei consumatori, perché rischia di accollare allo Stato tutte le spese.

La bozza del piano, messa a punto da Banca d’Italia e dal Governo, sotto la supervisione del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, va sotto il nome di “Nuovo credito per la crescita” e non aspetta ormai altro che essere inviata all’Unione europea, per essere analizzata, sotto la supervisione della Bce.

L’idea è di assorbire (forse cartolarizzare) buona parte dei 181 miliardi di crediti in sofferenza in pancia alle banche italiane, sulla falsa riga di quanto sta già facendo la Spagna con la sua exit strategy messa in campo dalla Sareb.

In Italia l’operazione avverrà mediante Sga (Società per la gestione delle attività), creata nel 1997 per il salvataggio del Banco di Napoli, che ha recuperato oltre il 100% dei prestiti non rimborsati all’istituto di via Toledo. La società, che il Tesoro potrà rilevare da Intesa Sanpaolo per soli 600mila euro, arriverebbe a un capitale finale di 3 miliardi in seguito a uno o più aumenti di capitale.

Per il momento le associazioni a tutela dei consumatori non hanno nulla da ridire contro il progetto per una nuova bad bank, ma vogliono sapere chi sarà il prestatore di ultima istanza e quale dei due scenari ipotizzati si materializzerà.

Il progetto potrebbe essere funzionale per tutti, secondo Adusbef e Federconsumatori, purchè le garanzie della partecipazione pubblica non ricadano esclusivamente sulla fiscalità generale come prestatore di ultima istanza”, addossando ancora una volta al pubblico gli oneri dei crediti allegri elargiti dai banchieri, “mentre profitti e dividendi per pagare i lauti pasti dei banchieri, sono stati incassati dai privati”.

Una delle parti più delicate del piano riguarda infatti l’assetto proprietario. Secondo uno dei due schemi previsti dal Tesoro, le garanzie sarebbero distribuite in gran parte allo Stato (49%), in secondo luogo ai privati (32%) e infine alle banche (19%).

Ma la bozza ipotizza un secondo scenario, che vedrebbe la partecipazione pubblica salire all’81%, mentre il restante 19% andrebbe alle banche, escludendo così la partecipazione di investitori privati. In quest’ultimo caso l’intero passivo ricadrebbe sulle spalle del debito pubblico.

Secondo Elio Lannutti (Adusbef) e Rosario Trefiletti (Federconsumatori), poi, “le obbligazioni cartolarizzate con il bollino della garanzia statale, destinate ad investitori istituzionali, invitati così ad acquistare parte dei 181 miliardi di euro di prestiti incagliati che zavorrano i bilanci degli istituti di credito, potrebbe configurare un vero e proprio aiuto di Stato, che difficilmente potrebbe superare il vaglio della Commissione Ue”.

(DaC)