Elezioni USA: quanto dura e come funziona il mandato

12 Giugno 2020, di Alberto Battaglia

Non è raro sentir parlare del presidente degli Stati Uniti come dell’uomo “più potente al mondo”. E’ ben noto, infatti, che i poteri del Capo dello stato americano sono assai ampi. A loro volta, gli Usa restano di gran lunga la massima potenza militare su scala globale; e, di conseguenza, il Paese più influente sullo scacchiere internazionale.
La Costituzione americana, ispirata dall’illuminismo francese e, in particolare, dalla dottrina giuridica del filosofo Montesquieu, ha delineato una netta separazione fra i poteri dello stato: tale distinzione è in grado di mostrare quale sia il perimetro del mandato presidenziale e i suoi limiti, in rapporto alle altre istituzioni federali.

La separazione dei compiti

Alla presidenza e al suo staff è attribuito il potere esecutivo, mentre al Congresso (l’equivalente del nostro parlamento) compete il potere legislativo. Apparentemente la distinzione è identica a quella presente in Italia, ma la forma di governo americana stabilisce una distinzione assai più netta e avara di eccezioni rispetto al modello italiano.
La repubblica presidenziale americana attribuisce molti più poteri al suo presidente rispetto al Capo dello stato o al premier italiano; allo stesso tempo, il presidente Usa viene direttamente eletto dai cittadini.
Il Congresso, al contrario del parlamento italiano, non è chiamato a “votare la fiducia” al governo del presidente – né può interromperne l’esistenza votando a maggioranza una mozione di sfiducia. Solo la messa in stato d’accusa (impeachment) può interrompere anzitempo il mandato presidenziale, benché l’iter sia estremamente impervio.

La durata del mandato presidenziale

E’ giunti a questo punto che è utile ricordare la durata del mandato presidenziale: quattro anni. Trascorsi i primi due, gli Stati Uniti, votano nuovamente per rinnovare la Camera dei Rappresentanti, uno dei due rami del Congresso (e, se sono decorsi i sei anni di mandato, viene rinnovato anche il Senato).
Il risultato di queste elezioni legislative, note come di “medio termine”, è quelli di consegnare il potere legislativo nelle mani di una maggioranza di segno opposto rispetto a quella che si è espressa nell’elezione del presidente, avviando una dialettica che bilancia i poteri esecutivo e legislativo.

Al presidente degli Stati Uniti, pertanto, è necessario il voto favorevole del Congresso per far approvare progetti legislativi promossi di sua iniziativa. Nei primi due anni di mandato di Donald Trump, ad esempio, la maggioranza conquistata dai Repubblicani nei due rami del Congresso, ha consentito al presidente di realizzare la riforma fiscale promessa in campagna elettorale. Oggi il medesimo progetto, con la Camera dei Rappresentanti passata, nel frattempo, ai Democratici, avrebbe ben poche speranze.
Se l’approvazione delle leggi non può essere mai condotta in autonomia dalla presidenza Usa, l’ordinamento americano prevede che l’inquilino della Casa Bianca possa comunque agire in un territorio “di confine” attraverso gli ordini esecutivi. Questi ultimi, tuttavia, non debbono essere confusi con atti aventi forza di legge: rimangono atti di tipo amministrativo la cui giustificazione deve essere sempre ricondotta alla Costituzione o a una legge federale. Attraverso questo genere di provvedimento, ad esempio, Donald Trump ha potuto sbarrare l’accesso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da alcuni Paesi a maggior rischio-terrorismo (il cosiddetto Travel Ban) o introdurre nuovi dazi doganali: in entrambi i casi la decisione fu assunta sulla base di valutazioni sulla sicurezza nazionale.

A proposito dell’influenza sul potere legislativo, va ricordato che il presidente degli Stati Uniti può decidere di rinviare una legge approvata dal Congresso, che può, a sua volta, modificarla con lo scopo di ottenere la firma della Casa Bianca oppure, votare a maggioranza di due terzi in entrambe le assemblee per scavalcare il potere di veto presidenziale.

Fra le numerose prerogative del mandato presidenziale ricordiamo, infine, la qualifica di comandante in capo delle forze armate e di responsabile del coordinamento della politica estera. Il presidente, pertanto, assume le decisioni sulle operazioni militari. E’ quanto avvenuto, ad esempio, nella rappresaglia missilistica inflitta su decisione di Trump alla Siria il 7 aprile 2017; si trattò di una risposta all’attacco chimico avvenuto a Kahn Shaykhun, di cui fu subito ritenuto responsabile il presidente Bashar al-Assad.

Per quanto riguarda la politica estera, spetta alla Casa Bianca nominare il corpo diplomatico e mantenere le relazioni con le forze straniere. Nell’ambito delle responsabilità in materia di politica estera, ad esempio, Donald Trump ha potuto decidere, nel maggio del 2018, il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare raggiunto fra l’Iran e le maggiori potenze occidentali.