Cosa fare per rendere più attraente l’Italia agli occhi degli investitori

5 Luglio 2019, di Alessandro Piu

Gli investimenti diretti esteri in Italia sono stati in media inferiori all’1% del Pil. Il Belpaese è tra le destinazioni meno scelte in Europa. Pesano la mancanza di stabilità e certezza regolatoria e fiscale

Stabilità, prevedibilità, equilibrio, certezza regolatoria e fiscale. Sono tutte richieste che arrivano a gran voce, e da gran tempo, dagli imprenditori, italiani ed esteri. Ma mentre i primi sono legati, per quanto possibile, al loro Paese di origine, i secondi hanno la possibilità di scegliere se venirci o meno.

E a venirci sono sempre in pochi. Negli ultimi cinque anni, secondo i dati di Eurostat, i flussi di investimento estero in Italia sono stati inferiori all’1% del Pil. Si tratta di uno dei valori più bassi tra i Paesi dell’Ue. A titolo esemplificativo, nello stesso periodo, in media i flussi degli investimenti internazionali volti all’acquisizione di partecipazioni “durevoli” (Ide) in Spagna sono stati pari al 2,5% del Pil, in Francia all’1,55%, in Germania al 1,8% e nel Regno Unito al 3,7%. Nel Regno Unito, nonostante le incertezze derivanti dalla Brexit, i flussi di Ide nel 2018 sono stati pari al 2,1% del Pil.  I dati sono stati presentati da Fondazione per la sussidiarietà e Crisp nel corso di una tavola rotonda organizzata all?Università degli Studi di Milano Bicocca con il contributo di British american tobacco che in quattro anni ha investito in Italia oltre 845 milioni di euro.

Spiega Emilio Colombo, professore ordinario di Politica economica, all’Università Cattolica del Sacro Cuore:

“Nei Paesi avanzati, le principali variabili macroeconomiche (tasso di crescita del Pil, tasso di inflazione ecc.) svolgono un ruolo marginale; molto più importanti sono le variabili istituzionali, che definiscono il clima e il contesto in cui le imprese operano. Tra esse qualità del sistema istituzionale (burocrazia), qualità del sistema legale e flessibilità del mercato del lavoro rivestono un ruolo decisivo. I principali elementi critici evidenziati dagli investitori esteri sono infatti nell’ordine: eccessivo costo del lavoro, scarso supporto alle piccole e medie imprese, scarsa propensione all’innovazione, eccessivo carico fiscale, scarso investimento nella rete infrastrutturale e nel tessuto urbano”.

La consolazione dell’ultimo anno

Il dato relativo al solo 2018 offre tuttavia un segnale di speranza. Gli investimenti diretti esteri si sono attestati all’1,5% del Pil. Merito anche di innovazioni legislative introdotte negli ultimi anni, mirate a facilitare alle Pmi l’accesso al mercato dei capitali di rischio e di debito, non soltanto ricorrendo al tradizionale mondo bancario (spesso mediante un eccessivo indebitamento a breve), ma anche e soprattutto, almeno nelle intenzioni del legislatore, rivolgendosi direttamente al mondo eterogeneo dei finanziatori non bancari.

Quest’ultima è una strada appena imboccata per l’Italia. Un passo nella direzione giusta che deve trovare conferma e che non deve essere lasciato isolato.

“Il principale freno degli investimenti in Italia da parte delle multinazionali straniere sembra essere anche la tendenza al mutamento continuo, all’instabilità e all’imprevedibilità dell’evoluzione della normativa fiscale”

commenta Alessandro Santoro, professore associato di Scienza delle finanze all’Università degli Studi di Milano Bicocca, mentre Nicola Sartori, professore associato di Diritto tributario nello stesso ateneo spiega:

“Anche la variabile fiscale gioca un ruolo fondamentale nelle scelte di allocazione degli investimenti da parte delle imprese, in particolare di quelle multinazionali. Oltre alla mera quantificazione dell’impatto della tassazione sul rendimento medio dell’investimento e sul rendimento marginale, si deve tenere conto anche degli ingenti costi di adempimento, dovuti alla complessità della struttura sia dell’amministratore fiscale sia della normativa”.