Legge stabilità: fino a 900 euro di nuove tasse

17 Ottobre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Neanche 100 euro in piu’ l’anno di cuneo fiscale (98 per l’esattezza, poco più di 8 euro al mese), contro tributi che vanno da 182 euro l’anno (per un lavoratore dipendente in affitto) a 900 euro (per un pensionato con la casa di proprietà). Sono gli effetti della legge di stabilita’ secondo le simulazioni su 6 tipologie di redditi effettuate dall’Osservatorio Nazionale della Federconsumatori (ONF).

”Il governo – affermano in una nota Adusbef e Federconsumatori – aveva promesso una legge di Stabilità in grado di far ripartire l’economia, restituire sollievo a lavoratori e consumatori con la riduzione del cuneo fiscale, ridurre il mare magnum di tasse e balzelli che assilla gli italiani, cancellare la seconda rata dell’Imu prima casa in pagamento a dicembre, appostata a bilancio per 2,4 miliardi di euro”.

Ma, proseguono le associazioni, ”con un’abilità degna del miglior prestigiatore il governo ha mascherato, con la rimodulazione della tassazione immobiliare, la Service Tax, un pesante tributo che si aggiunge all’Imu e che colpirà anche gli inquilini oltre che i proprietari, coinvolgendo anche la prima casa (nessuno sa da quali poste contabili arriveranno i 2,4 miliardi necessari a evitare il pagamento della rata Imu di dicembre), cancellando le detrazioni per i famigliari a carico”.

Dunque, il governo ”con una mano eroga 98 euro di cuneo fiscale l’anno (poco più di 8 euro al mese), con l’altra toglie con la Trise centinaia di euro, stangando così lavoratori e pensionati, con tributi da 182 euro l’anno (per un lavoratore dipendente in affitto) a 900 euro per un pensionato, con la casa di proprietà”.

Poiché ”non era questa la strada da seguire per rilanciare l’economia e dare sollievo a 9 milioni di famiglie scese sotto la soglia di povertà per la crisi sistemica che ha distrutto milioni di posti di lavoro, gettando nella disperazione anche il ceto medio”, Adusbef e Federconsumatori auspicano che il Parlamento possa correggere una manovra ”recessiva”, che aggiunge ulteriori errori all’inasprimento dell’Iva dal 21 al 22 per cento, ”eseguito dal Governo per compiacere i desiderata delle cancellerie europee e della troika”.
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da La Stampa, di Alessandro Barbera

ROMA (WSI) – Il signor Rossi è perplesso. Cinquantasette anni portati bene, due figli ancora a carico, una casa in città e una villetta al mare, un lavoro ben retribuito nello Stato da poco più di cinquantamila euro lordi l’anno. Negli ultimi tempi, dopo aver inutilmente atteso che si avverasse la promessa di quel signore che aveva a lungo parlato di due aliquote, aveva accettato alcune verità scomode.

La prima era l’amara rappresentazione dello stato di salute della pubblica amministrazione: nonostante un impegno sul lavoro sopra la media, senza promozione il suo stipendio sarebbe rimasto bloccato sine die. La seconda certezza aveva il suono di un acronimo breve: Imposta municipale unica.

Per un paio d’anni il signore delle promesse di cui sopra gliel’aveva evitata, risarcendolo così per l’inutile attesa delle due aliquote. Poi al governo è arrivato un altro signore costretto a raccontare le verità scomode e dicembre – il mese del saldo – s’è fatto meno lieto.

A quella tassa il contribuente Rossi si era comunque abituato: circa 450 euro per la prima casa, 1.100 per la villetta.

La terza certezza era la tassa sui rifiuti, più o meno pari a quel che ogni anno gli toccava pagare per l’Imu in città. La quarta certezza era la pensione: pur non avendo maturato granché con il vecchio metodo retributivo, il signor Rossi sapeva che in pochi anni avrebbe potuto contare su un assegno dignitoso di 2.500 euro al mese.

Nel frattempo tutto è cambiato perché nulla cambiasse. L’elettore Rossi si è diligentemente recato al voto, salvo trovarsi – complice un’assurda legge elettorale – con un governo formato dagli stessi partiti del precedente. Venuta meno l’emergenza finanziaria, la stessa maggioranza che l’Imu l’aveva introdotta ha anche deciso, dopo lungo discutere, di abolirla.

Purtroppo per lui quella tassa esiste in tutto il mondo per finanziare i servizi comunali, con la sola eccezione di Congo, Mongolia, Niger e Yemen. Così il tira e molla ha partorito l’unico compromesso possibile, ovvero la reintroduzione di quella tassa sotto diverso nome. L’Imu si è trasformata in Tasi (tassa sui servizi comunali), la Tarsu in Tari (tassa sui rifiuti).

Il matrimonio delle due concepirà la Trise, ovvero la somma di Imu e tassa sui rifiuti. Già qui le certezze vacillano, perché se l’Imu era una tassa patrimoniale in senso stretto (si pagava un’aliquota certa per un certo tipo di immobile, di lusso o no), ora la Tasi si pagherà per metà in base al tipo di immobile e per quota parte a copertura dei costi dei servizi che il Comune di residenza deciderà di fargli pagare.

Poco importa se il governo ha introdotto un tetto massimo al prelievo della Trise pari a quello dell’Imu. I pessimisti prevedono che il signor Rossi finirà per pagare più di prima, ma non avrà una risposta certa fino a che il nuovo sistema non entrerà in vigore. La certezza è sulla casa al mare: con il ritorno delle seconde case vuote nel calcolo del reddito Irpef, dovrà pagare almeno 250 euro l’anno in più, oppure iniziare ad affittarla.

L’altra certezza che vacilla per il signor Rossi è la pensione. Il governo Monti ne aveva bloccato la rivalutazione, ma il nostro futuro pensionato sperava come tutti che fosse solo un prezzo da pagare all’emergenza.

Ora deve attendersi un blocco per almeno tre anni, imposto con un ancor più complicato meccanismo a scaglioni. La sua pensione futura sarebbe fra quelle eccedenti cinque volte il «minimo», dunque rivalutata (per la quota eccedente) del 50%. Vinto dalla nevralgia che gli costerebbe il solo calcolo della mancata rivalutazione, il signor Rossi ha già deciso che nel caso busserà alla porta di un centro di assistenza fiscale.

L’unica certezza cui aggrapparsi resta l’aumento delle detrazioni fiscali. Ma per lo Stato italiano il signor Rossi è un uomo ricco. Per poche centinaia di euro non è fuori dal limite (55mila euro) oltre il quale non avrà alcuno sgravio.

E comunque deve attendere che il Parlamento, bontà sua, decida sotto quale forma distribuirlo. Se fortunato, sarà abbastanza per pagare l’aumento dell’imposta dovuta alla banca per il conto, almeno venti euro. Reagan diceva che il contribuente è un signore che lavora per lo Stato senza aver vinto un concorso pubblico. Se il signor Rossi quel concorso l’avesse evitato oggi avrebbe (forse) qualche certezza economica in più.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da La Stampa – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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