L’efficienza è il problema, non la soluzione, di una economia stagnante

8 Maggio 2016, di Luciano Martinoli

Sono abbastanza frequenti le notizie di vere e proprie rivolte dei tassisti nei paesi dove opera Uber, la società tecnologica che mette in collegamento, tramite app, clienti che necessitano di spostarsi con autisti privati che offrono il servizio con le proprie auto. Qualche giorno fa ce ne è stata una a Milano, ma tali manifestazioni di protesta sono abbastanza frequenti anche in altre città dove opera l’azienda. Il fenomeno è talmente diffuso che Uber ha deciso di reclutare senior advisor, del calibro di Neelie Kroes ex commissario europeo, Ray LaHood ex segretario dei trasporti US e molti altri in giro per il mondo, come riporta il Financial Times, allo scopo di essere aiutata a ‘navigare’ nelle regolamentazioni dei singoli paesi.

Da un lato vi è la necessità di liberare il mercato dalle ‘caste’, come ricorda Luigi Zingales in un suo articolo apparso su ilsole24ore del 24 Aprile scorso, e dare libero spazio ai benefici che può erogare la tecnologia. Dall’altro vi è il problema di arginare le proteste e, più importante ancora, fornire risposte a chi si sente minacciato da tali innovazioni.

Come sciogliere il nodo?

Il fenomeno della disintermediazione tra domanda e offerta tramite tecnologia, che a partire dai taxi viene chiamato “uberizzazione”, si sta già diffondendo in altri settori. Il primo che inizia ad essere attaccato pare essere quello bancario dove, grazie alle proposte tecnologiche delle aziende fintech, tutta una serie di servizi (mutui, prestiti personali e aziendali, conti correnti, ecc.) vengono offerti a prezzi più bassi mettendo fuori mercato le aziende bancarie. Ma sta accadendo anche nel settore dell’ospitalità, con Airbnb che fa concorrenza agli hotel, e si prevede che questo tsunami investirà anche altri settori.

Possiamo mai pensare di fermare la tecnologia e i suoi benefici? Potremmo rinunciare a maggiore “efficienza” per tutelare posti di lavoro? Messa così la questione sembra trovarsi in un vicolo cieco. Mettiamola allora in altro modo: la tecnologia è servita sempre a “fare le stesse cose a meno”?

Andiamo a vedere cosa è accaduto in passato

Quando nel 1908 Ford mise in produzione il primo Modello T, il suo costo si aggirava poco sotto i 1000 dollari. All’epoca un normale cavallo, completo di sella e altri finimenti, non arrivava a 500 dollari. Dunque la neo nata automobile, che serviva a spostarsi come il cavallo, costava il doppio. Come mai ebbe successo? Perché non ci furono le rivolte di maniscalchi, allevatori, sellai, come ci sono oggi quelle dei tassisti (e per il momento solo di questi)?

Proprio perché non offriva “la stessa cosa a meno” ma un’esperienza di viaggio totalmente nuova, un nuovo modo di viaggiare, un nuovo mondo. E in questo nuovo mondo si sono sviluppate nuove competenze, professionalità, posti di lavoro in numero molto maggiore, e meglio pagati, rispetto a quelli persi. Insomma l’automobile ha promosso un progresso sociale.

Facciamo un salto in avanti di una settantina di anni e arriviamo all’epoca delle macchine da scrivere. Ancora agli inizi degli anni ’80 la macchina da scrivere era molto diffusa negli uffici. Vi era addirittura una specifica professione, la dattilografa, che veniva preparata per poter produrre documenti il più velocemente possibile e con il minor numero di errori. Nel 1981 venne lanciato da IBM il primo PC (Personal Computer) indirizzato per l’uso d’ufficio di massa. Il prezzo si aggirava sui 1500 dollari, più o meno più del triplo di una buona macchina da scrivere, e una delle prime funzioni fu quella di “videoscrittura” grazie alla quale, accessoriato di una stampante, sostituì pian piano le macchine da scrivere. Anche in quel caso, pur costando molto, offriva un’esperienza di scrittura totalmente diversa, alla portata di tutti (oltre a molto altro), rendendo obsolete le dattilografe delle quali non c’è traccia negli annali di loro sommosse.

Ancora una volta la tecnologia non proponeva “lo stesso a meno” ma un “mondo nuovo”, prima inesistente, con addirittura, in questo caso, una nuova “industry”: quella del software. Un progresso sociale ancora più marcato

Oggi purtroppo non sta accadendo lo stesso. Dall’altra parte dell’oceano vi è più di un dibattito riguardo la “Silicon Valley che non sta facendo il suo mestiere” ovvero aumentando la produttività con modalità radicalmente nuovi (favorire nuovi progressi sociali), ma limitandosi ad efficentare ciò che già esiste.

Quali nuovi settori aprono le varie “Uber”? Quanti posti di lavoro creano e di che qualità superiore a quelli che distruggono? Che progresso sociale complessivo promuove o propone? La risposta è sotto gli occhi di tutti.

Come giustamente ricorda il prof. Umair Haque nel suo articolo su HBR “l’efficienza, per un’economia stagnante come la nostra, non è una soluzione ma il problema” e questo problema genererà “masse di schiavi a servizio di pochi ricchissimi“.

Tutto questo non per la tecnologia in se ma per l’incapacità meramente imprenditoriale di farne un uso davvero innovativo: creare mondi nuovi come fecero l’automobile, il PC, l’iphone e tanti altri prodotti in tanti settori. Ci troviamo allora, per la prima volta nella sua storia, ad un deficit di Imprenditorialità della Silicon Valley (e non solo lì, basta vedere cosa sta accadendo nel settore del petrolio). 

Dunque, tornando all’articolo di Zingales, a Renzi non è da suggerire un “Uber Act” ma una “Legge sull’Imprenditorialità Generale” (rispolverando così anche il fascino della nostra lingua) che incentivi in modo preciso, ad esempio mediante il “Rating dei Business Plan” e i metodi per migliorare i propri progetti, soprattutto quelle aziende che abbiano progetti davvero imprenditoriali, con la volontà di creare mondi nuovi e non semplici aggiustamenti di efficienza che porteranno anche qualche beneficio a qualcuno, ma impoveriranno la società nel suo complesso (come sta accadendo con Uber e le altre aziende come lei).