La globalizzazione è morta?

25 Maggio 2015, di Redazione Wall Street Italia

LONDRA (WSI) – Le frontiere chiudono e le banche fanno scudo. Non era così che le élite si immaginavo il mondo economicamente interconnesso senza più confini e con un commercio internazionale sfrenato.

In un articolo intitolato “La globalizzazione è morta?”, la giornalista Heather Stewart del Guardian si chiede cos’è cambiato con la Grande Recessione. Prima la liberalizzazione sfrenata del commercio mondiale sembrava una certezza. Ora le paure sui flussi di migranti e sui prestiti ad alto rischio hanno cambiato le cose.

Negli ultimi quattro anni i flussi di denaro scambiato sul piano internazionale sono aumentati più lentamente rispetto al Pil mondiale, “un esito che non ha precedenti nella storia moderna”, ovvero dopo la Seconda Guerra Mondiale, secondo quanto dichiarato in una nota dall’analista Michael Pearce di Capital Economics.

Bruciate dallo scoppio della crisi subprime, le banche stanno prendendo sempre meno rischi e sono più riluttanti a fare prestiti a breve oltrefrontiera. Intimorite dalle crescenti tensioni geopolitiche le multinazionali stanno valutando con più attenzione le opportunità all’estero.

In un periodo di alti livelli di disoccupazione i partiti più populisti stanno cavalcando l’onda della paura montante dei cittadini verso lo straniero. Il concetto – discutibile – secondo cui migranti rubano il posto di lavoro e portano a un abbassano dei salari ha alimentato la convergenza di estrema destra e estrema sinistra verso una lotta alla globalizzazione.

Secondo l’economista Fred Bergsten, invece, “la principale minaccia alla globalizzazione sono gli Stati Uniti”. Insomma i motivi che stanno portanto alal fine di un mondo di scambi commerciali interconessi e della delocalizzazione sfrenata sono diversi.

Intendiamoci, le attività commerciali mondiali stanno ancora aumentando di numero. Allo stesso tempo il trend è molto chiaro, dal momento che non hanno mai saputo riguadagnare il ritmo forsennato che avevano negli Anni 90 e a inizio Anni 2000.

Fonte: The Guardian

(DaC)