La D’Addario non si ferma: “Denuncio chi mi ha usata”

17 Luglio 2011, di Redazione Wall Street Italia

Un’intervista a Libero provoca un terremoto. “Si sono serviti di me per colpire Berlusconi. Voglio che salti fuori la verità, ho testimoni e prove della macchinazione”. La donna presto di nuovo davanti ai magistrati. Patrizia D’Addario è decisa ad andare fino in fondo: “Voglio che la verità venga a galla in ogni particolare; insieme con tutta l’ingiustizia subìta da parte di chi mi ha usata e costretta a consegnare le registrazioni dei miei incontri con il presidente del Consiglio, mirando soltanto a soddisfare i propri”…

| L’INTERVISTA | AUDIO

di Cristiana Lodi

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Patrizia D’Addario di nuovo a Palazzo Grazioli. Stavolta col registratore spento. E il vestito casto. Da Bari a Roma senza autista, né biglietto prepagato. Vuole chiedere udienza al Presidente, la escort barese che a sorpresa (adesso) nega di essere mai stata tale. Minaccia di mettersi in catene e di digiunare fino a quando Silvio Berlusconi non l’ascolterà.
Cos’avrà mai da riferire al premier, la signora D’Addario? Intende raccontargli la «verità». Quale? Quella del «complotto», ordito alle spalle di lei, «allo scopo di danneggiarlo».
Sentiamo il dovere di avvertire il Cavaliere della visita imminente.
Succede tutto a distanza di due anni dal sexgate pugliese che infuocò l’estate 2009 e fu il preludio all’attacco togato milanese targato Ruby, quello sferrato contro il capo del governo poco prima di Natale, con richiesta di rito immediato per concussione e prostituzione minorile.
Patrizia D’Addario è pronta a tirare fuori la sua verità sul «ricatto» o presunto tale cui fu sottoposto il capo del governo dopo la notte trascorsa insieme con lui a Palazzo Grazioli, sul lettone di Putin. Era il 4 novembre 2008. In America veniva eletto Barack Hussein Obama II, intanto Patrizia (alias Alessia, ma un tempo anche Ivana e prima ancora Alessandra), a Roma con i suoi 42 anni tempestosi e il microfono acceso nella borsetta, si consacrava oggetto di attenzione mondiale perpetua.
Negare la notte di sesso col presidente del consiglio? “Patty” (come la chiama il cugino che gestisce le sue relazioni col pubblico) non ne vede la necessità, però sente il bisogno di smascherare chi (a suo dire), l’avrebbe obbligata a compiere azioni che lei non avrebbe mai voluto compiere. E perfino a rivelare i dettagli sulle due cene e “il” dopocena a Palazzo Grazioli, tutto col preciso scopo di cancellare Silvio Berlusconi dalla vita politica. Un disegno studiato a tavolino dai suoi nemici.
«Io non ho mai pensato di ricattare il Presidente per quella notte passata con lui a palazzo Grazioli», dice Patrizia D’Addario. «Mi hanno obbligata a consegnare le cassette con le registrazioni, così come sono stata costretta a dichiarare di essere una escort. Allo stesso modo mi venne imposto di rilasciare decine e decine di interviste, a cominciare da quella concordata dal mio avvocato con il Corriere della Sera, per fare esplodere il caso e arrivare allo scandalo».
Patrizia D’Addario è un fiume in piena. Ripete di non temere la verità, ed è pronta a riferirla in ogni dettaglio. La incontriamo al Palace Hotel di Bari, a distanza di due anni dall’estate che inchiostrò le prime pagine della stampa italiana e mondiale, interessata a spiare sotto le lenzuola dell’uomo di Arcore.
«Sono stata usata dai nemici di Berlusconi, a mia insaputa ovviamente. Si sono serviti di me. Strumentalizzata e poi gettata via. Ma adesso è venuto il momento di parlare».
Racconti con ordine, signora. Dall’inizio della storia.
«Avevo quelle registrazioni sulle serate passate a Roma e questo a Bari lo sapevano in tanti. Ma l’idea di rendere pubblici i miei due incontri con il primo ministro italiano e di consegnare i nastri ai magistrati, non è stata mia. Non l’ho mai nemmeno pensato e non lo avrei fatto se non mi avessero messo paura. Tentai di ribellarmi, ma fu inutile. Mi convinsero buttandomi addosso il terrore. Mi sentivo confusa, non capivo niente e impaurita seguivo consigli sbagliati».
Scusi, se è vero che lei non ha mai pensato di usare quei nastri a scopo di ricatto e tantomeno di renderli pubblici, perché allora ha registrato? Per quale motivo, per andare a Palazzo Grazioli a cena, si è portata il registratore? A cosa le serviva?
«Posso spiegare una cosa alla volta?».
Ci mancherebbe.
«È arrivato il momento di parlare. E io voglio dire tutto».
Prego.
«Ripeto, a Bari circolava insistente la voce che avevo registrato il mio incontro con Silvio Berlusconi. Fu il mio avvocato, Maria Pia Vigilante, a dire che dovevo consegnare quel materiale per difendere la mia vita. Sosteneva che dovevo farlo per proteggere mia madre e mia figlia».
In che senso?
«In quel periodo ricevevo minacce. Ho subìto un furto in casa e perfino una violenza da parte di un carabiniere (inspiegabilmente mai identificato) entrato nel mio appartamento, suppongo in cerca di quelle registrazioni. Avevo paura. L’avvocato ripeteva che se io non fossi andata in Procura a depositare quel materiale, sarei finita in prigione per falsa testimonianza ed estorsione. Mi avvisava che non avrei visto mia figlia per almeno vent’anni. Contrariamente, cioè se io invece avessi riferito e documentato tutto al magistrato e alla stampa, mi sarei salvata e sarei diventata famosa. Avrei guadagnato soldi da libri e interviste. Soldi che invece, io, non ho mai intascato. Non appena dissi all’avvocato che possedevo quelle registrazioni, il magistrato mi convocò in Procura e mi arrivò a casa la Guardia di Finanza. Da una parte ricevevo pressioni continue, dall’altra i pm che mi chiamavano in Procura. Oltretutto, in quel frangente, il mio avvocato non mi fece sapere che sarebbe stato mio diritto avvalermi della facoltà di non rispondere. Perché non me lo disse?».
Non lo so, signora.
«In Procura mi mostrarono le foto che riprendevano quelle serate a Palazzo Grazioli. Si vedevano entrare le ragazze, portate da Giampaolo Tarantini. Del resto lui era intercettato. Ma che colpa ne avevo se lo stavano pedinando? Ripeto: a Bari si sapeva che anch’io ero andata a Roma e che ero in possesso di quelle registrazioni».
E chi fu a rivelarlo, se non lei? Ovvero l’autrice delle registrazioni stesse?
«Barbara Montereale era con me a Roma, ovvio che anche lei lo sapesse. Non solo, Barbara stessa aveva scattato le famose immagini nel bagno, quelle che tutti i giornali poi pubblicarono con grande risalto. Inoltre c’era il mio ex: lui era a conoscenza di tutto. Glielo avevo riferito. Si sapeva. Ma io quelle “prove” le ho tenute per nove mesi, se avessi voluto potevo usarle prima. Mi rendo conto soltanto adesso che costringermi a consegnarle mettendomi paura, è stata un’azione a mio danno. Per questo vorrei parlare al Presidente».
Per dirgli?
«La verità. Cioè che lui ha ragione quando afferma che certi magistrati lo perseguono ingiustamente e lo colpiscono nella vita privata solo per cancellarlo dalla scena politica. L’ho provato sulla mia pelle. Per danneggiare lui, c’è chi è pronto a usare le persone fragili e sfortunate come me. Io sono stata usata e adesso che non servo più, mi hanno abbandonata. Rovinata. Non ho visto un soldo. I libri, le tante comparsate in tv e tutte quelle interviste, non mi hanno fruttato nulla. E per concludere, chi mi doveva assistere, ha invece lasciato scadere i permessi che avevo ottenuto per poter costruire il residence che ho sempre sognato di realizzare. Mi hanno tolto tutto, ho perso anche mia figlia che ha soltanto 15 anni e ora si vergogna di me. Non la vedo da un anno».
Signora, lei ha sempre dichiarato pubblicamente di essere rimasta delusa da Berlusconi, perché le aveva promesso che l’avrebbe aiutata a sbloccare le pratiche per edificare quel residence, senza tuttavia mantenere la parola. Per questo, lei, come ha sempre detto, si sarebbe decisa a raccontare di essere stata a Palazzo Grazioli nel suo letto. Cosa pensava di ottenere?
«Io al Presidente non ho mai chiesto nulla. Non ho ricevuto soldi, tantomeno favori. Lui ascoltò la mia storia e disse che siccome avevo sofferto già troppo, mi avrebbe dato una mano. Non accadde nulla per mesi e quando il 30 maggio venne a Bari per una conferenza stampa, la sua scorta mi fece restare fuori. Io avevo quelle registrazioni e l’avvocato che insisteva: “Devi consegnare tutto alla Procura, per tutelarti”. Avevo paura, ricevevo minacce continue. Sta di fatto che il mio avvocato Maria Pia Vigilante convocò il Corriere della Sera e mi suggerì di rilasciare la famosa intervista. Salvo poi farmi scrivere che lei e le sue amiche giornaliste non volevano che parlassi. Ma io ho i testimoni, ho le prove che quel che dico è la verità. Io quell’intervista non volevo farla, c’è chi mi ha vista piangere per questo. E poi che senso avrebbe avuto chiamare i giornalisti nel suo studio, oltretutto a mia insaputa, se non per fare un’intervista?».
Ce lo chiediamo anche noi. Dunque?
«Io ero stata contattata anche dal settimanale Oggi: vennero a Bari un fotografo e un giornalista. Seguirono cinque appuntamenti. Ma io non rilasciai alcuna rivelazione. Quella sera fatidica dell’intervista con il Corriere della Sera, il mio avvocato mi chiamò nel suo studio all’improvviso. Lì c’erano Fiorenza Sarzanini e con lei la responsabile della redazione barese dello stesso giornale: Maddalena Tulanti, la quale è molto amica del mio avvocato Maria Pia Vigilante. Dissero che dovevo fare questa intervista, che era il solo modo per proteggere la mia famiglia e mettere fine alle minacce che ricevevo da mesi. Io volevo andarmene, ma non ci fu verso. Scoppiai a piangere, non capivo più niente. L’avvocato disse al giornalista di Oggi: “Patrizia da qui non esce, se ne vada pure”. Alla fine io ho ceduto e ho rilasciato quell’intervista a Fiorenza Sarzanini. Come non bastasse, ho scritto il noto libro con la signora Maddalena Tulanti. E anche in questa circostanza, furono fatte cose alle mie spalle».
Cioè?
«Le bozze venivano corrette di notte, a mia insaputa, per farmi poi firmare le liberatorie il giorno successivo ma senza darmi il tempo di leggere le modifiche apportate. Molte frasi riportate in quel volume mi sono state attribuite, anche se io non le ho mai pronunciate. Per esempio non ho mai detto, come invece è contenuto in una frase del libro, che l’avvocato e le giornaliste non volevano che rilasciassi quell’intervista. Un paradosso, dato che sono state proprio loro a chiamarmi quella sera. Io non ne sapevo nulla dell’intervista. È storia nota a Bari che quella sera l’avvocato e le giornaliste erano insieme al caffè Borghese, a due passi dallo studio Vigilante. Cosa ci facevano in bella compagnia? E pensare che io credevo volessero garantire la mia incolumità e difendere il bene della mia famiglia. La stessa giornalista del Corriere venne a casa mia (insieme con l’avvocato), dove c’erano mia madre e mia figlia. Dissero che ci volevano proteggere».
Da cosa?
«Dai pericoli che correvo».
Però l’idea di andare a Palazzo Grazioli con il registratore (acceso) è stata sua. Oppure non è così?
«Non mi separo mai da questo apparecchio prezioso. È il mio angelo custode. Io registro tutto. Ho cominciato a farlo quando ho denunciato il mio ex fidanzato perché, con le botte e le minacce di morte, voleva che mi prostituissi. Alla polizia servivano le prove delle denunce che presentavo. Su loro consiglio, da allora, ho cominciato a registrare ogni situazione e non ho più smesso. Nemmeno a Palazzo Grazioli».
Le servivano le prove anche a Palazzo Grazioli? E per farne che cosa?
«Non ho mai pensato di rendere pubbliche quelle registrazioni. La mia casa è invasa da documenti che non ho mai usato contro nessuno. Registro e basta».
Lei ha sempre dichiarato di essere una escort. Ha parlato anche di pari dignità fra escort e prostitute di strada. Perché adesso nega di avere mai fatto questo mestiere?
«Era stato il mio avvocato a dirmi di raccontare alla stampa che sono una escort. Disse che se i giornalisti avessero scoperto che avevo denunciato il mio ex per sfruttamento della prostituzione ma tuttavia non avessi dichiarato di essere una prostituta, non sarei risultata credibile a nessuno. È come se una che si ribella e denuncia un tizio perché la sfrutta e la picchia, debba dichiarare di essere una prostituta se vuole risultare una vittima. Berlusconi non poteva essere al corrente di questo lavoro, perché in realtà non lo esercito e non l’ho mai esercitato. Tant’è che il Presidente non mi ha dato soldi e io non gliene ho chiesti. Si era offerto di aiutarmi a realizzare il residence che sognavo, ma non mi ha dato denaro in cambio di sesso. Non mi sono mai prostituita nemmeno ai clienti di Giampaolo Tarantini. Lo conoscevo da pochissimo e quando lo incontrai, mi propose subito di andare a cena a Palazzo Grazioli».
Tarantini le consegnò soldi in cambio della sua presenza a Palazzo Grazioli. È agli atti. E lo stesso imprenditore è stato condannato in primo grado a due anni e due mesi per sfruttamento della prostituzione.
«L’accordo era che mi avrebbe pagato le spese di viaggio. E così è stato. Duemila euro, che diventarono mille proprio perché la prima volta non passai la notte con il Presidente. Una escort non va via. Io, invece, me ne andai».
La seconda notte si fermò.
«Ma non ricevetti denaro dal Presidente. Scelsi io di rimanere».
Berlusconi dichiarò, fin dall’inizio della vicenda, che tutto era stato organizzato allo scopo di colpirlo politicamente.
«Per queste affermazioni il mio avvocato preparò una querela. Che io mi rifiutai di firmare».
Lei si propone come vittima. E la sua versione dei fatti salta fuori soltanto adesso. Perché non dirlo due anni fa? All’epoca, quando i riflettori erano tutti puntati su di lei?
«Sono stata presa in giro, mi dicevano che sarei diventata famosa e avrei guadagnato denaro dai libri e dalle interviste. Invece non ho preso un soldo e adesso sono distrutta. Mi dispiace che anche il Presidente sia stato colpito. Io non ne sapevo niente. Vorrei poterlo difendere. Per questo gli chiedo di ricevermi a Roma. Sono pronta a incatenarmi davanti a Palazzo Grazioli».
Informiamo il Presidente.

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di Filippo Facci

Se fosse vero anche solo un decimo delle cose che detto Patrizia D’Addario ieri su Libero – intervistata da Cristiana Lodi – ci
sarebbero stati comunque gli estremi perché la magistratura aprisse il suo bravo fascicolo: sta di fatto che l’ha aperto. Minacce, estorsione, anche niente: ma ci sono un sacco di cose da verificare, se ne converrà, e questo indipendentemente dall’aria diversa che tira alla procura di Bari da qualche tempo. Non è solo questione di magistratura, naturalmente: c’è da tutelare il buon nome della giornalista del Corriere che intervistò la Daddario, dell’avvocato che l’assistette e che la consigliò, del magistrato che l’interrogò, c’è oltretutto da considerare il paradosso del mentitore: quello di una potenziale bugiarda che dice, adesso, «ho mentito». Tutto va verificato a dovere. Ma c’è comunque da fare, perché stiamo parlando della miccia che accese una stagione probabilmente eterna (gli scandali sesso & politica) e che scivolò sui giornali di tutto il mondo prestandosi a una campagna mediatica senza ritorno. La D’Addario fu la madre di tutte le escort: prima delle massaggiatrici della Protezione civile, dei transessuali di via Gradoli, di certe attricette della Rai e di certe ragazze di Lele Mora. Ora ha parlato di nuovo, i magistrati si stanno muovendo, e stai vedere che si muoveranno anche i giornalisti. Perché ci volle fegato, due anni fa, per dare tutto quel credito a Patrizia D’Addario: ma ce ne vorrebbe altrettanto, ora, per ignorare tutto ciò che dice.

Non fosse chiaro, Patrizia D’Addario su Libero ha detto che due estati orsono fu «obbligata» dal suo avvocato a rendere pubblica la faccenda della notte passata con Berlusconi; ha detto che le venne «imposto» di rilasciare decine di interviste e che furono paventati pericoli per sua madre e per sua figlia; ha detto che ha subito minacce e furti e persino violenza da un carabiniere, e – aggiungendo una chiosa politica tra le tante che furono sentenziate – ha detto che Berlusconi fu oggetto di una persecuzione da parte della magistratura coi giornali a strascico. Ha detto che le ragioni ufficiali della sua rivalsa contro Berlusconi, ossia che il Cavaliere si rimangiò la promessa di aiutarla per sbloccare le pratiche edilizie di un residence, furono un assoluto pretesto, perché lei a Berlusconi non chiese espressamente nulla. Ha detto anche molto altro, Patrizia D’Addario: comprese alcune cose che paiono a dir poco improbabili. Per esempio che non prese mai una lira, che non era una escort, che non lo era mai stata. Ha detto che il suo avvocato, Maria Pia Vigilante, non le disse che poteva avvalersi della facoltà di non rispondere: e infatti non poteva, visto che era un semplice teste e che non era indagata. Come già scritto, non si tratta di trasformare Patrizia D’Addario in un oracolo dopo averla definita una volgare ricattatrice, come si fece per esempio su queste pagine: basterebbe che i giornali e le televisioni che ne fecero l’intervistata più richiesta d’Italia (forse d’Europa) ora le riservassero una frazione infinitesimale dell’attenzione che le
dedicarono, questo nel Paese che sbatté in apertura del Tg1, si ricorderà, alcune registrazioni che si limitavano a sfregiare un presidente del consiglio che non aveva commesso nessun reato, e che non era indagato in nessun procedimento. Dire che la signora va presa con le molle naturalmente è poco. La D’Addario ritaglia ruoli quantomeno ambigui attorno alla collega Fiorenza Sarzanini del Corriere e all’avvocato Maria Pia Vigilante, presunti catalizzatori di un meccanismo di coercizione teso a spaventarla, minacciarla, raccontarle balle, preconfezionarle interviste e in generale farne un’ariete per abbattere un governo. Non è poco: sarà di conforto qualche smentita più circostanziata di quelle, un po’ commiserevoli, circolate ieri; smentite e approfondimenti, magari, che il fascicolo aperto dalla magistratura di Bari possa meglio delineare. C’è ragione di continuare a credere, nell’attesa, che quella di Patrizia D’Addario non sia propriamente la storia di una prostituta che scaglia la sua vendetta sul ricco e sul potente, bensì la storia di una qualsiasi ricattatrice che incidentalmente – se è vero – faceva la prostituta; non la storia di una manovale del sesso che dopo un
maltrattamento decide orgogliosamente di non accontentarsi delle briciole, ma la storia di una mancata estorsione che un pugno di
spiccioli avrebbe probabilmente evitato. La storia di una donna che puntò palazzo Grazioli e man mano che vi si avvicinava prendeva a conservare ogni indizio, le ricevute dei biglietti aerei, i nomi delle ragazze che condividevano le sue esperienze, gli hotel, tutto: e questo prima – assai prima – di farsi intervistare da chicchessia, costretta o meno che sia stata. A tempi si trattava della parola della D’Addario contro quella di alcuni giornalisti. Oggi, in fondo, è la stessa cosa. Ricatti, interviste più o meno forzate, campagne mediatiche: l’obiettivo fu e resta chiaro, lo strumento – la D’Addario – anche. Come direbbero a sinistra: sono i mandanti che forse mancano a tutta la storia. Forse.

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