Italia corrotta: dalle inchieste spunta un legame Expo-Mose. “Per i grandi lavori, soldi a tutti”

11 Giugno 2014, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (WSI) – Il gip di Milano, Fabio Antezza, ha respinto la richiesta di arresti domiciliari di Enrico Maltauro, l’imprenditore vicentino tra gli arrestati nell’inchiesta sulla presunta «cupola degli appalti». Maltauro rimane in carcere in quanto per il giudice non sarebbero stati indicati eventuali familiari in grado di provvedere” alle sue necessità domestiche.

Angelo Paris, difeso dagli avvocati Luca Troyer e Luca Ponzoni, è stato scarcerato in quanto, ad avviso del gip, avrebbe cominciato a rivedere la propria condotta e a collaborare con la magistratura come «emergente dalle dichiarazioni» da lui rese sia davanti allo stesso gip durante l’interrogatorio di garanzia, sia durante i due successivi interrogatori resi ai pm.

Nei confronti della richiesta di scarcerazione presentata dall’ex manager di Expo i pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio avevano dato parere negativo.

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Sì agli arresti domiciliari per Angelo Paris, ex manager di Expo arrestato l’8 maggio scorso nell’inchiesta sulla presunta «cupola degli appalti» in Lombardia, no a quella presentata dalla difesa dell’imprenditore vicentino Enrico Maltauro, arrestato nell’ambito della stessa inchiesta.

È questa la decisione del gip di Milano Fabio Antezza: il giudice ha concesso gli arresti domiciliari poiché Paris , difeso dagli avvocati Luca Troyer e Luca Ponzon, «ha iniziato un percorso di rivisitazione della propria condotta» collaborando con la magistratura, una posizione che emerge dalle dichiarazioni rese sia davanti al gip durante l’interrogatorio di garanzia, sia durantefinanza i successivi interrogatori resi ai pm. Resta per ora in carcere invece Enrico Maltauro, l’imprenditore arrestato nell’ambito della stessa inchiesta: secondo il gip, non sarebbero stato indicati eventuali familiari in grado di provvedere alle sue necessità domestiche.

Difeso dagli avvocati Giovannimaria Dedola e Paolo Grasso, durante gli interrogatori sia davanti al gip, sia davanti ai pm, Maltauro aveva fatto ammissioni e descritto il sistema architettato dalla presunta «cupola» dando così riscontro alla ricostruzione emersa dalle indagini della Procura. Dichiarazioni che, secondo gli inquirenti, vanno però ancora approfondite attraverso altri interrogatori, come quello dell’ex esponente ligure dell’Udc-Ncd, Sergio Cattozzo, atteso per i prossimi giorni, e probabilmente di alcuni imprenditori. Ieri sulle due richieste di scarcerazione si erano pronunciati i pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio, dando parere negativo.

Ieri le parole del governatore della Lombardia Roberto Maroni, che ha lanciato un allarme sui ritardi per l’esposizione universale («Il Governo si dia una mossa» le sue parole) avevano dato il via a un duro scambio di opinioni: «Piuttosto che sollevare polemiche sterili Maroni rifletta sulle responsabilità della Lombardia» è stata la risposta del premier Matteo Renzi da Shanghai, dove ha criticato «i professionisti del pessimismo». Ora, ai microfoni di Radio Capital, è il ministro dell’Agricoltura con delega all’Expo Maurizio Martina a intervenire, rispondendo a Maroni: «Venerdì in Consiglio dei ministri affronteremo una serie di nodi che la società Expo ci ha posto. Dobbiamo fluidificare i lavori e aumentare i controlli. Non è vero che i lavori non vanno avanti, Maroni fa battute mentre si continua a lavorare».

A chi teme che le inchieste e possano portare a una battuta d’arresto risponde: «I magistrati fanno il loro lavoro, noi facciamo il nostro, le cose vanno fatte presto e soprattutto bene». Servono nuove regole sugli appalti pubblici e su questo si dovrà intervenire, «l’idea del massimo ribasso e in generale le regole di oggi sono da rivedere» segnala il ministro riflettendo sul fatto che l’impresa Mantovani si è aggiudicata l’appalto principale di Expo con un ribasso del 41% sul costo dei lavori. Risponde anche alle affermazioni attribuite ad Angelo Paris, secondo cui Primo Greganti «era un buon amico di Martina»: «Ho letto queste affermazioni, sono amareggiato perché ovviamente so chi è Greganti, ma non lo conosco personalmente e non l’ho mai incontrato. E non so chi incontrasse quando andava in Senato».

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[ARTICLEIMAGE] Si è partiti da un dettaglio: la visita di un rappresentante della cordata Mantovani, quella finita nei guai per il Mose di Venezia, al gran capo di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni, avvenuta il 10 luglio del 2012, cinque giorni prima che la gara per le infrastrutture di Expo venisse ufficialmente assegnata e vinta, con un clamoroso ribasso del 41%, proprio dalla Mantovani. Visita durante la quale venne consegnato a Rognoni un “pizzino”: «Sappiamo che siamo andati bene sulla parte qualitativa…», un messaggio «volto ad avvisare il direttore generale di sapere cosa stava avvenendo attorno all’appalto e quindi indurlo a rinunciare a proseguire qualsiasi iniziativa volta a danneggiarli». E a favorire il “vincitore” già designato, che era stato deciso a tavolino: la Impregilo di Massimo Ponzellini, finito però nel frattempo in carcere per lo scandalo Bpm. Insomma, il solito verminaio.

«Una palese e grave violazione del principio della segretezza dell’offerta» scrivono gli investigatori della Gdf in un rapporto di 700 pagine alla base dei provvedimenti che due mesi fa hanno scoperchiato il primo dei numerosi scandali di Expo. Ma perché, si sono chiesti, la Mantovani che era considerata “un outsider” e che stava intromettendosi nella spartizione degli appalti, ottiene udienza dal gran capo della stazione appaltante della Lombardia e vince? La risposta è in un verbale che l’ex presidente della società, Piergiorgio Baita, ha reso ai pm veneziani e che nei giorni scorsi è stato trasmesso alla procura milanese e inserito nel fascicolo di una nuova inchiesta su Expo, la terza, che lega con un filo rosso le vicende milanesi a quelle veneziane.

[ARTICLEIMAGE] Spiega Baita che la chiave di volta per arrivare a Rognoni fu la società romana Socostramo che venne inserita nel raggruppamento di imprese in gara per l’appalto Expo anche se non aveva i requisiti: «La ratio in base alla quale abbiamo accettato di avere Socostramo era finalizzata direttamente ad avere l’assegnazione… Socostramo, infatti, immediatamente dopo l’aggiudicazione, mi ha presentato l’amministratore delegato di Infrastrutture Lombarde, col quale ho visto una grandissima familiarità, Antonio Rognoni». Ma di chi è Socostramo srl? E’ del costruttore romano Erasmo Cinque, considerato sponsor, consigliere e tra i fondatori del movimento dell’ex ministro Matteoli: «Fondazione della libertà per il bene comune». Tutto un programma.

Dunque, esiste una nuova nuova inchiesta che lega le vicende veneziane sul Mose a quelle milanesi su Expo. E’ il terzo stralcio dell’indagine sull’esposizione Universale, aperto a maggio dal procuratore aggiunto Robledo e ora coordinata direttamente dal procuratore Bruti Liberati dopo la decisione di assegnarsi tutte le indagini di questo filone. Decisione che, tra le altre cose, è finita all’attenzione del Csm nella “guerra” che divide i due magistrati. L’indagine, condotta dal pm Roberto Pellicano, nasce dall’inchiesta su Infrastratture Lombarde e collega ovviamente anche l’inchiesta su Expo e Sanità e la “cupoletta” di Frigerio.

Baita, arrestato nel gennaio del 2013, ha raccontato ai pm veneziani i meccanismi per vincere gli appalti nell’Expo: «Prima si fa un bel ribasso e poi si recupera. Tutti cercano di alzare il prezzo sulle varianti». Cosa puntualmente successa per la famosa “piastra” di Expo: Mantovani sbaraglia tutti, e scompiglia le carte dei soliti noti, offrendo un ribasso del 41,80 per cento. Che tenta poi di recuperare facendo lievitare i costi grazie alle varianti con il “ricatto” dei ritardi.

Di fatto Rognoni, dopo la visita con “pizzino” di quelli della Mantovani, si arrende all’idea della loro vittoria per un appalto da 271 milioni: «Questa non è gente per bene… è inutile andare a rischiare il culo per questa gente qua…». E che Baita e compagni del raggruppamento veneziano non fossero precisamente «per bene» non lo hanno rivelato solo le indagini sul Mose. Tra le imprese della cordata figurava infatti la Ventura Spa, affiliata alla Compagnia delle Opere ed esclusa dagli appalti per presunti contatti mafiosi.

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Soldi a tutti. Soldi a destra a sinistra e al centro. Soldi poi da vedere se sono veramente passati di mano, se sono reati, se c’entrano qualcosa in questa indagine che tracima da Venezia fino alla capitale senza che nessun Mose riesca a fermare il mare di fango. Nelle carte dell’inchiesta c’è di tutto: illustri sconosciuti e nomi eccellenti. Sui politici più importanti fanno sapere dalla Procura non ci sono elementi tali da ritenere che ci siano illeciti penali…

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