GUFO AD HONOREM

7 Marzo 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
L’elenco dei rischi e degli eventi negativi cui i mercati azionari hanno reagito in questi anni con una scrollata di spalle, da quando il 10 Ottobre 2002 essi hanno terminato la severa fase di ribasso dei prezzi iniziatasi nel 2000, è straordinario e lunghissimo.

Ricordiamo in particolare l’attentato terroristico di Madrid dell’11 marzo 2004, quello di Londra del 7 luglio 2005, le notizie sui media che giorno dopo giorno hanno sottolineato il pantano in cui gli Stati Uniti si sono cacciati in Iraq e Afganistan, i disastri naturali dello Tsunami del 26 dicembre 2004 e quello dell’uragano Katrina del 26 agosto 2005, i rischi energetici con il rialzo del prezzo del greggio fino a quasi 80 dollari il barile, lo squilibrio straordinario della bilancia dei pagamenti correnti degli Stati Uniti e la debolezza del dollaro contro euro congiunta con la forza della moneta americana contro yen, il livello di indebitamento delle famiglie statunitensi reso ancora più pericoloso dallo scoppio, per ora non fragoroso, della bolla immobiliare, il tasso di risparmio negativo in America, l’insicurezza e la scontentezza della classe media di fronte alle crescenti ineguaglianze indotte dalla globalizzazione, la debolezza dei leader del mondo occidentale che appaiono come altrettante “anatre zoppe” negli Stati Uniti e nelle altre grandi democrazie.

In altri periodi anche una sola di queste circostanze avrebbe potuto far crollare i mercati azionari, ma da qualche tempo non è più stato così e il rimbalzo dei prezzi delle azioni è stato grandissimo. Esso dura da quattro anni e quattro mesi e molti indici di borsa hanno registrato addirittura valori ancora più elevati dei cosiddetti prezzi folli della primavera del 2000.

Inoltre, l’ondata di grande fiducia ha ridotto ai minimi i costi del rischio di insolvenza che pagano le aziende e i Paesi meno accreditati per potersi indebitare sui mercati. E’ ai minimi storici anche la volatilità dei mercati azionari e obbligazionari che si può ricavare dai prezzi dei derivati.

Tutti sanno che, in teoria, le fasi di maggior ottimismo dei mercati sono storicamente quelle di più grande pericolo, ma, poiché negli ultimi anni gli investitori che hanno dato ascolto ai propri timori e agli analisti pessimisti si sono sbagliati, è ormai invalso l’uso, in pratica, di non credere più ai richiami alla prudenza dei commentatori non ottimisti che vengono considerati spesso sciocchi profeti di sventura, incapaci di avere in mano il polso dei mercati azionari, dove le prospettive di rialzo dei prezzi sembrano ormai una sorta di diritto acquisito o di diritto di nascita.

Eppure la configurazione dei prezzi delle azioni e il ritmo temporale che l’accompagna trasmettono un altro messaggio e cioè che, dopo il picco del Dow Jones del 20 febbraio 2004 (con susseguente caduta di 1000 punti da 10500 a 9500), dopo quello del 4 marzo 2005 (anche qui la flessione fu di circa 1000 punti da 11000 a 10000) e dopo quello dell’8 maggio 2006 (da 11700 a 10700) siamo in presenza in questi giorni di un altro picco che si sta manifestando intorno a 12800 del Dow Jones e che conclude, appunto dopo 4 anni e 4 mesi di rialzo, tutta la fase di ritracciamento verso l’alto dai minimi dell’ottobre 2002 della precedente caduta e dischiude la porta ad un muscoloso bear market.

E’ vero che già in occasione del 20 febbraio 2004, del 4 marzo 2005 e soprattutto dell’8 maggio 2006, chi scrive aveva creduto nella fine del rimbalzo. Tuttavia attualmente la struttura tecnicomatematica del mercato di New York è molto più chiara e limpida che nei casi precedenti. Non segnalarla ai lettori sarebbe un vero peccato.

Prezzi e tempi si sono dati appuntamento in una sinfonia di elementi e di simmetrie che nella mia vita di analista dei mercati finanziari raramente erano state così chiari. In altre parole, i sintomi della fine del rialzo sui mercati azionari sono numerosi, concordanti e circostanziati. Il grande rimbalzo durato 1600 giorni (risalente appunto al 10 ottobre 2002) è terminato o sta terminando in questi giorni, aprendo la strada ad uno scenario brutto, molto più in linea con la preoccupazione che devono ispirare gli eventi e i rischi menzionati, che con l’ottimismo inossidabile manifestato dai mercati e dagli operatori negli ultimi 52 mesi.

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