GEORGE BUSH
PEGGIO DI NIXON

3 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Per George W. Bush il momento non è dei migliori. Dopo soli 4 mesi di secondo mandato, il presidente ha un tasso di approvazione del 45%, il più basso degli ultimi 50 anni per un presidente appena rieletto e addirittura dieci punti più basso di quello di Richard Nixon alla vigilia delle dimissioni.

ll sistema pensionistico

Per lanciare il programma più ambizioso del suo secondo mandato, la riforma del sistema pensionistico, la Casa Bianca gli ha programmato sessanta giorni di faticosi raduni di piazza in tutto il paese. Alla fine del tour, l’opposizione degli elettori alla creazione dei conti di risparmio privati è addirittura salita al 65 per cento. Già alla prima riunione in congresso, nessuno ha promesso alla Casa Bianca che i legislatori saranno in grado di trasformare in legge la visione di Bush sul futuro del sistema pensionistico anche se il presidente ha già promesso di proteggere i più poveri.

Politica energetica

Quando, con i prezzi della benzina in continua crescita e l’economia in rallentamento, Bush ha presentato ufficialmente il suo piano energetico e si è fatto fotografare fianco a fianco con il principe Abdullah, qualche commentatore non si è risparmiato l’ironia: «Niente di meglio per rassicurare che il Boss ha il controllo della situazione alle pompe di benzina», ha scherzato Howard Fineman. Tra i denti, la stessa Casa Bianca ha dovuto ammettere che il piano energetico non servirà a far diminuire i prezzi nel breve termine. «Chiediamo alla gente di fare cose che non sono state fatte per vent’anni. Non ci occupiamo della Social Security dal 1983 e non abbiamo avuto una strategia energetica per decenni», si è difeso Bush.

Il caso Bolton

Di fatto, la crisi del presidente ha probabilmente in gran parte origini diverse. Quando è stato rieletto, Bush non ha fatto mistero di aver interpretato il voto come un mandato a continuare sulla stessa linea seguita durante i primi quattro anni. La dura opposizione di gran parte dell’elettorato all’intervento della Casa Bianca e del Congresso nella questione di Terry Schiavo, invece, è servita come un primo campanello d’allarme.

Subito dopo, è arrivata la nomina di John Bolton a nuovo ambasciatore all’Onu, la cui approvazione alla commissione affari esteri del Senato è stata rinviata più volte ed è sempre più in dubbio. Ufficialmente, i senatori hanno sottolineato il pessimo carattere del diplomatico e la sua tendenza a zittire con le maniere dure chi si oppone ai suoi giudizi. In realtà a lasciare incerti i senatori è soprattutto l’esplicita aggressività di Bolton nei confronti delle organizzazioni internazionali e in particolare dell’Onu.

Un’aggressività che solo le fasce più conservatrici dell’elettorato condividono. Per ultima, è cresciuta di giorno in giorno la polemica sugli oscuri finanziamenti a Tom DeLay, il potente capo della maggioranza alla Camera dei rappresentanti e esponente di punta del movimento ultraconservatore. Dopo molti tentennamenti, lo speaker Dennis Hastart ha deciso di lanciare un’inchiesta e di respingere le nuove regole che erano state studiate proprio per mettere al riparo DeLay da ogni sanzione.

Per il momento, Bush si è schierato al fianco del suo potente alleato. Ma la bufera finirà di certo per lambirlo. Con un congresso dominato dal suo partito, insomma, per l’amministrazione dovrebbe essere tutto facile. Invece, qualcosa non gira. Spaventati dal crollo nei sondaggi, sono proprio i repubblicani moderati a ricordare al presidente che gli elettori lo hanno riconfermato per non cambiare cavallo in piena guerra ma che, almeno sul piano interno, non vogliono rivoluzioni. E che, se per lui la poltrona è assicurata ancora per tre anni, c’è chi rischia già alla fine del 2006.

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