Fmi, i danni della corruzione sull’economia e l’impatto sulle tasse

13 Maggio 2016, di Alberto Battaglia

La corruzione danneggia l’economia in una lunghissima serie di settori diversi: a dedicare attenzione a questo tema, che spesso coinvolge da vicino il nostro Paese, è un paper del Fondo monetario internazionale, che riassume numerosi lavori accademici dedicati a questo tema negli ultimi anni.

La corruzione, scrive il Fmi, in un contesto in cui crescita e occupazione non godono di grande salute, è un problema da risolvere con “crescente urgenza”. Le stime più caute indicano che il solo fenomeno delle tangenti costi ogni anno il 2% del Pil mondiale; ma le ricadute della corruzione sono molto più variegate: possono contaminare “la stabilità finanziaria, gli investimenti, l’accrescimento del capitale umano e la produttività”, scrive il Fondo.
Entrando nel merito di alcune di queste osservazioni è opportuno sottolineare che, se da un lato misurare il livello di corruzione è estremamente difficile, si può ragionare su un elemento simile, ma non coincidente: la percezione della corruzione, della quale sono complici anche i messaggi che provengono dai media. Secondo quanto rileva l’Fmi, una delle correlazioni statistiche più evidenti è che, a livelli di corruzione crescenti, corrisponde una minore raccolta di tasse, dovuta alla mancanza di fiducia del cittadino nei confronti dello Stato.

Questo primo fenomeno è gravido di conseguenze negative per l’economia. Una delle più apocalittiche è nientemeno che la crisi del debito: “In un contesto di elevata corruzione e alto debito pubblico”, scrive il Fmi, “un Paese può essere intrappolato in un circolo vizioso di corruzione e sregolatezza fiscale, che in ultima analisi, porta a una crisi del debito”. Più avanti il Fmi indica la Grecia fra gli esempi recenti di questo fenomeno. Ma non finisce qui.

Le difficoltà di cassa, prosegue l’analisi, rendono “il governo più dipendente dalla finanza da signoraggio [quella incassata attraverso l’emissione di moneta ndr.]. Questo può portare alla dominanza fiscale, minando l’indipendenza e la credibilità della banca centrale. Come risultato l’inflazione tende a essere più elevata nei Paesi con più elevata corruzione [percepita, ndr.]”.
In altre parole, i governi più corrotti spingono le banche centrali verso pratiche controverse, quale la monetizzazione del debito per finanziare la spesa pubblica.

 

Ma non sono solo le crisi del debito sovrano ad essere rese più probabili dalla corruzione: lo sono anche quelle bancarie. Il pensiero, a leggere il seguente commento dell’Fmi, corre subito alla situazione degli istituti di credito italiani, alle prese con il fardello dei prestiti in sofferenza.

Pratiche corrotte nell’erogazione dei prestiti, debole sorveglianza bancaria, e tolleranza di regolamentazione possono minacciare la stabilità del sistema finanziario. Una quota crescente di asset in sofferenza nel portafoglio del settore bancario può diminuire la sua capacità di emettere credito, con un impatto significativo sulla crescita e pone rischi fiscali al bilancio del governo”.