Fmi: anche i Paesi Ue indebitati considerino “espansioni fiscali temporanee”

6 Novembre 2019, di Alberto Battaglia

La crescita europea è destinata a subire un deciso colpo negativo nel 2019: secondo le ultime stime del Fondo monetario internazionale, pubblicate nel Regional economic outlook, il Pil dell’Eurozona crescerà dell’1,4% nel 2019, quasi un punto in meno rispetto a un anno prima, e ripartirà a ritmo cauto, +1,8%, nel 2020. A soffrire di più il rallentamento saranno le economie più avanzate all’interno del blocco (+1,3% nel 2019, +1,5% nel 2020).

Il timore è che le difficoltà del settore manifatturiero, dovute alle tensioni commerciali, possa trasmettersi anche ai servizi, ha scritto il Fmi.
Al cuore del rallentamento c’è proprio la locomotiva tedesca, il cui Pil è previsto in rallentamento allo 0,5% per l’anno in corso e comunque sotto il punto di crescita nel 2020 (0,8%). Ancora una volta, l’appello del Fmi, in continuità con l’era Lagarde, è di coordinare a livello europeo “una risposta fiscale”, che si presuma debba partire proprio dalla spesa pubblica in Germania – un Paese in cui finanze sono fra le più solide. Ma non solo.

Anche i paesi con deficit e debito elevati, si legge nel report, dovrebbero considerare un “ritmo temporaneamente più lento di consolidamento fiscale o un’espansione temporanea” se si materializzeranno gli scenari negativi. E qui il messaggio potrà essere facilmente fatto proprio anche dal governo italiano, intenzionato a strappare dall’Ue quanta più flessibilità di bilancio sia possibile ottenere.

Sulla crescita dell’Italia il Fondo si era espresso già il mese scorso, portando le stime per il Pil del 2019 da una crescita dello 0,1% a zero; nei due anni successivi le previsioni sono di un progresso dello 0,5 e dello 0,8%.

Sul fronte dell’inflazione il Fmi prevede ancora una notevole distanza fra i livelli dei prezzi ritenuti ottimali dalla Bce, vicini ma al di sotto del 2%. Nel 2019 l’inflazione si fermerebbe all’1,2%, per poi salire nei due anni successivi all’1,4 e all’1,5%: se così fosse, difficilmente le politiche monetarie potrebbero spostarsi in senso restrittivo, come auspicato apertamente da vari banchieri del Nord Europa.