Febbre dei Pir: i rischi da considerare

23 Giugno 2017, di Alberto Battaglia

Dall’inizio dell’anno l’indice Ftse Italia Mid Cap ha segnato una performance positiva del 25,13% contro un rialzo pari a meno della metà, al 12,13%, per l’equivalente Euro Stoxx Mid. Per quanto riguarda i volumi scambiati sulle società del segmento Star, tra aprile e maggio si è registrato hanno un incremento del 35%. Dietro a questo successo nessuno ha dubbi: è l’effetto dell’introduzione dei Piani individuali di risparmi (Pir) i quali promettono a chi investe con tale formula nelle Pmi italiane alcuni vantaggi fiscali rilevanti (a patto di mantenere i titoli in portafoglio per 5 anni).
Arrivati a questo punto (dopo la fiammata di acquisti sulle small e mid cap italiane a partire, soprattutto, da marzo) è lecito chiedersi se i titoli interessati dai Pir non siano esposti al rischio di correzioni o a un rischio-bolla. Senza arrivare a conclusioni drastiche, Equita Sim ha recentemente ridotto il peso in portafoglio dei titoli small e mid cap, partendo dal presupposto che, dato il successo degli ultimi mesi potrebbero farsi avanti le prese di beneficio sulla performance realizzata finora, oltre al fisiologico rallentamento della raccolta catalizzata dai Pir. Eppure, la stessa Equita aveva sostenuto in precedenza che, nel medio periodo, il denaro continuerà a fluire su questi strumenti con 10 miliardi di raccolta sui Pir stimati per il 2017, 35 miliardi da ora al 2019 e 55 miliardi entro il 2021. Gli investimenti azionari fuori dal paniere Ftse Mib, sempre secondo la sim, passerebbero dal 4,2% stimato per l’anno in corso al 23,1% entro i prossimi 5 anni. Se così fosse, l’incentivo messo a punto dal governo con la scorsa Legge di bilancio si sarebbe rivelato molto più potente del previsto.

 

Lo ricordiamo, per l’investitore che mantiene in portafoglio i titoli del Pir, è prevista l’esenzione dell’imposta al 26% sul capital gain. Allettante, certo, anche se alcuni esperti non hanno risparmiato inviti alla prudenza. Ad esempio, Salvatore Gaziano, strategist SoldiExpert.com, aveva sottolineato come all’atto pratico “nessuna banca è attrezzata per i Pir nel caso si punti al fai da te e al risparmio amministrato” quindi di norma si passa “da un intermediario che” vende “il ‘sandwich’ già fatto. Naturalmente con un costo non indifferente”. Il rischio è che il risparmio fiscale ottenuto vada dunque a remunerare la banca che ha venduto il pacchetto. Anche se, ovviamente, ciò dipenderà dalla resa dei titoli. Sulla stessa linea, anche il matematico Beppe Scienza, che aveva avvertito come, rimuovendo l’imposta al 26% sulle plusvalenze dopo 5 anni, il rendimento dei titoli contenuti nel Pir superare il 7,7% annuo composto per sopperire ai costi di gestione, pari circa al 2% ogni anno”. Anche Scienza notava, però, come “banche e sim italiane fanno muro a chi cerca di aprire un Pir per acquistare direttamente le azioni e/o obbligazioni”.

 

Secondo gli ultimi consigli di Banca Imi, i titoli più interessanti per la prospettiva Pir sono Acea (target 16 euro), Carraro (3,1 euro) e Fidia e Prima Industrie. Secondo Banca Akros da considerare sono, ancora, Carraro, poi Unieuro ed Elica.