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Family office, il punto di Ubs sulla gestione dei grandi patrimoni

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Anche quest’anno abbiamo pubblicato il Global Family Office Report, che raccoglie le opinioni di 317 operatori con un patrimonio netto complessivo di 651 miliardi di dollari. Il sondaggio è stato condotto tra gennaio e aprile, seguito da interviste più approfondite a inizio maggio.

Ancor prima dell’annuncio dei nuovi dazi statunitensi, una possibile guerra commerciale era già indicata come il principale rischio per quest’anno. Guardando più avanti, la geopolitica e alcuni squilibri macroeconomici, come il debito americano e giapponese o la concentrazione su determinati settori, vengono considerati aree da monitorare con grande attenzione.

L’asset allocation dei family office

Per quanto riguarda l’asset allocation, i family office più grandi destinano in media il 56% degli investimenti ad asset class liquide (30% azioni, 26% reddito fisso e liquidità) e il 44% a quelli meno liquidi (11% immobili, 21% aziende controllate direttamente e private equity, il resto suddiviso tra oro, hedge fund e private debt).

Le asset allocation strategiche variano sensibilmente in base alla localizzazione dei family office. Rispetto agli Stati Uniti, quelli europei tendono ad avere un paio di punti percentuali in meno di azioni e circa 6 punti percentuali in più di obbligazioni, mantenendo un’esposizione simile al private equity. Gli americani hanno invece più immobili degli europei.

I family office stanno continuando a ridurre la liquidità e a investire maggiormente nell’azionario delle economie avanzate, probabilmente per cogliere la crescita strutturale di lungo periodo in settori come, ad esempio, l’intelligenza artificiale, l’energia e la longevità. Stanno inoltre valutando di aumentare l’esposizione alle obbligazioni dei mercati sviluppati, con l’obiettivo di migliorare rendimento e diversificazione.

Quasi l’80% degli asset è allocato in Nord America ed Europa occidentale. Il peso degli Stati Uniti è però doppio rispetto a quello dell’Europa, mentre l’Asia rappresenta circa il 16% del totale, con quasi la metà dei capitali riferita alla Cina.

Si osserva chiaramente il cosiddetto “home bias”, cioè la propensione a investire nella propria area geografica di appartenenza. In particolare, i family office statunitensi hanno impiegato l’86% dei portafogli a livello domestico dopo aver ridimensionato l’esposizione ai mercati internazionali. Per gli europei, il vecchio continente rappresenta il 44% del totale. In Asia questo effetto sembra essere più sfumato forse anche per via della minor profondità di quei mercati.

In media, la gran parte degli investimenti azionari dei family office è gestita attivamente, mentre poco più di un terzo (36%) dei portafogli è gestito passivamente cioè concentrandosi sull’asset allocation e replicando indici. Anche in questo caso le differenze regionali sono marcate: se negli Stati Uniti l’uso di strumenti passivi sale al 53%, in Asia si ferma al 22%. L’Europa si colloca circa a metà strada. La tendenza però sembra suggerire un maggior ricorso a repliche di indici, con il 43% degli operatori europei che prevede di aumentarne l’utilizzo.

Dopo anni di crescita, le allocazioni al private equity sono in calo da due anni. L’esposizione ai fondi di private equity è scesa al 10% in un contesto di costi di finanziamento elevati, mercati dei capitali rallentati e minore attività di M&A. Questi trend sembrano destinati a proseguire nel 2025. Allo stesso modo, il peso degli hedge fund è diminuito, mentre sono aumentati i flussi verso l’oro.

Nonostante il contesto politico e un recente track record meno brillante rispetto al passato, l’attenzione alla sostenibilità è ulteriormente aumentata. Tuttavia, è cambiato l’approccio, ora più orientato a specifiche opportunità: oltre un terzo dei family office investe in tecnologie per l’ambiente e quasi la metà in nelle tecnologie per la salute.