È la fine dell’era del neoliberismo

18 Luglio 2017, di Livia Liberatore

L’economia neoliberista ha raggiunto un punto di rottura ed è ora di definire cosa verrà dopo. Questa l’opinione di Sebastian Buckup, responsabile della programmazione al World Economic Forum.

Secondo Buckup, negli anni del neoliberismo si è assistito a due tendenze parallele. Da un lato, la diffusione del potere di mercato, con la crescita del commercio e la globalizzazione del capitale e delle conoscenze che ha permesso ai Paesi di spostare risorse sui settori più produttivi e remunerativi. Questa diffusione si è accompagnata alla concentrazione della ricchezza in alcuni settori come quello finanziario e quello dell’information technology. Queste realtà sono anche quelle che offrono i salari più alti.

La concentrazione dei profitti in alcune aziende spiega la crescita delle disuguaglianze economiche. Una ricerca del MIT rivela che dove la concentrazione settoriale è maggiore, aumenta la disuguaglianza economica e viceversa. Dagli anni 70 sono state smantellate le regole economiche e le normative decise dopo la Grande Depressione e i responsabili politici hanno incoraggiato le fusioni orizzontali e verticali. Questo ha posto le basi per la concentrazione di redditi e ricchezze all’interno dei Paesi.

Secondo Sebastian Buckup, c’è bisogno ora di un nuovo approccio che impedisca le concentrazioni eccessive, che possono creare vantaggi in termini di efficienza ma fanno sì che le imprese accumulino profitti e investano di meno. Questo obiettivo si può raggiungere con leggi sulla concorrenza più intelligenti, che non riguardino solo il potere sui prezzi e le quote di mercato, ma anche le forme molteplici di “estrazione” di profitti, per esempio le leggi sul brevetto o sul diritto d’autore.

Inoltre, scrive Buckup, i politici dovrebbero facilitare l’avvio di startup perché un sistema imprenditoriale vivace rimane l’antidoto più forte alla concentrazione dei profitti. A cambiare deve essere anche la mentalità neoliberista e in particolare l’idea sbagliata che il successo e il fallimento dipendano solo da noi. Questo implica più investimenti nell’istruzione e nella formazione di competenze e la definizione di politiche sui salari minimi e verso un reddito universale.