Crediti, una bomba da 99 miliardi per le banche italiane

17 Gennaio 2018, di Daniele Chicca

Il nuovo spauracchio che si aggira intorno al sistema bancario italiano si chiama UTP, acronimo che sta per credito  che difficilmente sarà restituito (“Unlikely to Pay”). Al momento secondo gli ultimi calcoli di Banca IFIS, questi prestiti deteriorati da gestire ammontano a 99 miliardi di euro lordi, mentre sarebbero 72 i miliardi di euro di NPL (Non-performing loans) venduti nel 2017 al prezzo di circa 13 miliardi.

La nuova edizione dell’osservatorio NPL di Banca IFIS, che fa eco agli avvertimenti dispensati da Standard & Poor’s sul settore finanziario italiano, stima che nel 2018 saranno ceduti all’incirca altri 57 miliardi di euro di crediti NPL, di cui 26 miliardi già in fase di negoziazione. Ma il problema si presenterà quando si dovrà passare alla gestione dello smaltimento degli UTP.

“Dopo gli anni delle tradizionali sofferenze che le banche stanno scaricando da diversi trimestri per centinaia di miliardi di euro dai propri bilanci (72 miliardi di euro di NPL venduti nel corso del 2017, secondo i dati del Market Watch NPL), oggi l’elefante nella stanza è l’UTP“, si legge nel comunicato della banca.

Il credito in questione altro non è che il risultato di un finanziamento erogato da una banca a un debitore che, per una ragione o per l’altra, a posteriori potrebbe essere in difficoltà a fare fronte al suo impegno a rimborsare. Banca IFIS ha provato a calcolare quanto pesano gli UTP nel mercato italiano dei crediti deteriorati.

Dai risultati dell’indagine emerge che a settembre 2017 il totale delle esposizioni ai crediti deteriorati (NPE, Non-Performing Exposures) nei bilanci delle banche era pari a 278 miliardi di euro al lordo delle rettifiche. Di queste, il 62% erano “sofferenze lorde” (173 miliardi) e il 36% erano “UTP lordi” (99 miliardi), cioè prima di tenere conto delle “rettifiche” che le banche avevano già apportato.

Per passare dalle “lorde” alle “nette” è necessario conoscere il “tasso di copertura”: essendo pari al 61,9%, si ottiene quindi “sofferenze nette” pari a 66 miliardi. Per gli UTP il tasso di copertura è il 33,7% quindi “UTP netti” curiosamente allo stesso valore di 66 miliardi (tenendo presente che una parte dei finanziamenti classificati UTP inevitabilmente si deteriora e finisce tra le sofferenze, mentre un’altra parte, se adeguatamente gestita, torna tra i crediti “buoni”, cioè “in bonis”).

“In tanti si sbilanciano a ipotizzare stia partendo una nuova onda sul mercato, la cessione degli UTP. Secondo noi si tratta di una ipotesi poco realistica”, ha detto Giovanni Bossi, Amministratore Delegato di Banca IFIS, “perché per farlo partire bisogna montare non già una macchina di recupero efficiente, come per le sofferenze; ma una macchina creditizia, cioè una “banca”, pronta, capace, esperta e reattiva, con persone che sappiano fare credito, e non recupero”.

Oltre all’allarme sugli UTP, le principali evidenze dell’inchiesta Market Watch NPL di gennaio sottolineano che:

  • il prezzo delle transazioni di NPL effettuate nel corso del 2017 (72,2 miliardi di euro) è stato stimato a 13 miliardi circa, quindi ad un prezzo medio pari al 18%, con operazioni principalmente svolte nel segmento mixed (misto secured ed unsecured);
  • l’ammontare delle sofferenze nette continua a scendere (-24% tra la fine del 2016 e novembre 2017) per effetto sia delle rettifiche sia di cessioni a operatori non bancari;
  • l’ammontare di NPL lordi è diminuito del 14% tra la fine del 2016 e novembre 2017 grazie alla maggiore vendita di portafogli e ad una miglior gestione degli stessi;
  • le stime di portafogli NPL in vendita nel 2018 ammontano a circa 57 miliardi, di cui 26 già in fase di negoziazione (16,8 miliardi circa relativi ai crediti delle ex Venete che confluiranno nella SGA);
  • i portafogli supportati dalla GACS sono stati venduti ad un prezzo mediamente più alto, come anche i portafogli contenenti una parte di UTP;
  • nuovi accordi e operazioni di M&A sono avvenute nel mercato italiano fra operatori di collection, fondi e servicers – tra i quali Intrum, che ha annunciato interesse ad acquisire la Capital Light Bank di Intesa – mentre gli “storici” servicers hanno incrementato la capacità operativa.