La possibile revisione della disciplina dei dividendi, prevista nell’articolo 18 dell’attuale disegno di legge di Bilancio, potrebbe riscrivere le regole del gioco per la pianificazione societaria e patrimoniale. La proposta, ancora in fase di esame parlamentare e oggetto di emendamenti, introduce una soglia minima del 10% di partecipazione per accedere alla tradizionale dividend exemption, ossia all’esclusione del 95% degli utili percepiti da una società in relazione alle partecipazioni detenute.
Una misura che, se confermata, avrebbe un impatto profondo sulle strutture di investimento più diffuse, dalle holding di famiglia ai club deal, fondate sull’efficienza della catena di distribuzione dei dividendi. Le società che detengono partecipazioni di minoranza verrebbero escluse dal beneficio, subendo una tassazione piena sui dividendi ricevuti. La totale imponibilità riporterebbe, di fatto, a una doppia tassazione dell’utile, già colpito in capo alla società che lo genera.
L’intervento rischierebbe così di innescare un effetto domino, introducendo asimmetrie e una possibile discriminazione inversa tra dividendi domestici e “in uscita”, che oggi scontano un prelievo all’1,2% o l’esenzione della direttiva “madre-figlia”. Una distorsione che metterebbe in discussione la coerenza del sistema e potrebbe riaprire profili di incompatibilità con i principi unionali.
Le alternative sul tavolo
Di fronte a tale scenario, gli operatori stanno già valutando nuove soluzioni: l’alternativa più immediata – la partecipazione diretta da parte della persona fisica – garantirebbe una tassazione secca al 26%; risultato che, di fatto, si verifica anche con l’attuale impostazione qualora il veicolo d’investimento distribuisca l’utile all’ultimo anello della catena, ossia la persona fisica.
Tuttavia, questa scelta eliminerebbe ogni protezione patrimoniale e la possibilità di disciplinare in modo ordinato i rapporti tra investitori. Nelle operazioni collettive o di lungo periodo, inoltre, la gestione individuale potrebbe rivelarsi poco efficiente, sia per ragioni di governance e riservatezza, sia – non da ultimo – in ottica di pianificazione successoria.
L’alternativa del trust
È qui che, tra gli strumenti alternativi, il trust torna al centro della scena. Dopo la recente riforma del Testo Unico delle Successioni, che ha introdotto la possibilità di scegliere facoltativamente tra tassazione “in entrata” o “in uscita”, (ossia versare subito le imposte indirette, scommettendo su un valore in crescita al momento del futuro momento impositivo o posticiparne la tassazione) lo strumento anglosassone ha ritrovato una ulteriore legittimazione e flessibilità da parte del legislatore. Oggi, nel contesto di una possibile stretta sui dividendi, il trust potrebbe rivelarsi anche fiscalmente competitivo.
Nei trust non commerciali, infatti, in cui i beneficiari sono persone fisiche individuate, i redditi, inclusi i dividendi, sono imputati direttamente ai beneficiari, con l’applicazione della medesima tassazione del 26% prevista per le persone fisiche, ma all’interno di una struttura che garantisce segregazione patrimoniale e continuità gestionale.
Tra le varie alternative il trust consente di replicare la fiscalità della persona fisica ma senza esporla direttamente rilevandosi fiscalmente competitivo.
In altre parole, il trust consente di replicare la fiscalità della persona fisica, ma senza esporla direttamente. Un vantaggio che potrebbe rendere questa soluzione attraente nelle operazioni di club deal o nei veicoli di investimento condivisi, dove la stabilità gestionale e la protezione patrimoniale assumono un valore determinante.
Per la sua flessibilità il trust si presta anche a fungere da modello di governance evoluto, capace di contenere partecipazioni, immobili o asset finanziari. Si pensi, ad esempio, alla forma dell’Employee Ownership Trust, che rappresenta un efficace strumento di gestione unitaria e superamento della frammentazione tra più persone.
Il dibattito resta aperto
Limitare la dividend exemption al 10% di partecipazione diretta rappresenterebbe un cambio di paradigma tutt’altro che marginale. Per questo, un ripensamento da parte del legislatore resta auspicabile. Nel frattempo il trust sembra destinato a diventare il baricentro della pianificazione dei prossimi anni.
L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di di dicembre del magazine Wall Street Italia. Clicca qui per abbonarti.