Investimenti

Arte e diversificazione di portafoglio: cosa dicono i dati del 2025

Nelle strategie dei principali gestori internazionali, l’arte si è affermata come una vera e propria asset class: decorrelata dai tradizionali mercati finanziari, con una profondità di mercato documentata e un profilo di rischio che, nel segmento degli artisti storicizzati, si è dimostrato storicamente resiliente.
Secondo la Survey Art Economics–UBS 2025 condotta in dieci Paesi su 3.100 clienti High Net Worth Individuals, oltre l’85% di loro considera oggi l’arte un investimento relativamente sicuro rispetto ai tradizionali asset finanziari. Nei portafogli dei clienti private il peso dedicato alle opere d’arte oscilla mediamente tra il 15% e il 25% del patrimonio investito in asset alternativi.

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Un mercato con liquidità e profondità strutturale

La dimensione e la stabilità del mercato sottostante è il primo argomento in favore dell’arte come componente di un portafoglio diversificato. Secondo la ricerca The Art Basel and UBS Art Market Report 2026 by Arts Economics, il mercato internazionale dell’arte ha chiuso il 2025 con un volume di 59,6 miliardi di dollari, con 41,5 milioni di transazioni registrate nell’anno. Non è un dato isolato: da oltre vent’anni questo mercato oscilla tra i 50 e i 70 miliardi di dollari. Anche nel 2009, anno della crisi finanziaria globale, il settore ha subito un calo temporaneo a 39,5 miliardi, per poi recuperare già nel 2010 ai livelli pre-crisi.

Nel 2025, le aste pubbliche — il segmento più trasparente e monitorato — hanno registrato una crescita del 9%, raggiungendo i 20,7 miliardi di dollari. La casa d’aste Sotheby’s ha superato il miliardo nelle sole vendite autunnali di New York; Christie’s si è fermata a 970 milioni. Il tasso di vendita medio delle due case si è attestato al 94% dei lotti presentati: un indicatore di domanda sostenuta anche nelle fasi di riassestamento.

 

Decorrelazione dai mercati finanziari e valore rifugio

La caratteristica che più interessa gli investitori istituzionali non è la performance assoluta, ma la decorrelazione rispetto agli asset tradizionali. Il valore di un’opera d’arte non è determinato da variabili quali tassi di interesse, utili aziendali o cicli macroeconomici. Risponde invece a dinamiche proprie, legate alla qualità dell’opera, alla storia espositiva dell’artista e alla domanda di un mercato globale di collezionisti.
Questa decorrelazione è di lungo corso. Durante la crisi del 2008–2009, i collezionisti non hanno liquidato le opere in portafoglio, al contrario, la riduzione dell’offerta disponibile ha sostenuto i prezzi. Nel febbraio 2009, mentre i listini erano ancora in forte ribasso, la vendita della collezione Yves Saint Laurent e Pierre Bergé da Christie’s ha totalizzato 484 milioni di dollari, stabilendo un record per un’asta privata. Un comportamento analogo a quello dell’oro nei momenti di stress sistemico.

Sul fronte della performance a lungo termine, l’indice Artprice100, che traccia l’andamento delle opere dei 100 artisti più liquidi sul mercato delle aste, ha registrato negli ultimi vent’anni una performance media superiore a quella dell’indice S&P 500 di Wall Street. Il confronto non è diretto, ma conferma che il segmento blue chip dell’arte ha offerto rendimenti competitivi rispetto alle principali asset class tradizionali.

 

Chi investe in arte e perché

Gli operatori del private banking sono interessati al mondo dell’arte. Il 78% dei wealth manager internazionali considera l’arte un asset da includere nelle strategie di allocazione del portafoglio.

Il dato più rilevante in ottica di lungo periodo riguarda il trasferimento intergenerazionale della ricchezza: nei prossimi decenni è atteso un passaggio di circa 83.000 miliardi di dollari tra generazioni. La nuova generazione di collezionisti e investitori si muove con criteri diversi — più orientata alla diversificazione, più attenta alla qualità e alla provenienza, meno esposta alla speculazione di breve termine.

Eppure l’accesso diretto al mercato dell’arte rimane un ostacolo strutturale. Secondo il Deloitte Art & Finance Report 2025, il 67% dei wealth manager dichiara di avere difficoltà a trovare le competenze specialistiche necessarie per operare in questo mercato, un dato in netta crescita rispetto al 39% del 2023. Il 59% ammette inoltre una mancanza di expertise interna nelle singole banche. Sono indicatori che riflettono la crescente complessità del mercato dell’arte e una domanda ancora largamente insoddisfatta di advisor qualificati e partner affidabili.

 

Dove si concentra il valore: il segmento blue chip

Nel mercato dell’arte, non tutti i segmenti si comportano allo stesso modo. Più del 90% del valore delle transazioni riguarda opere degli artisti con una reputazione consolidata definiti blue chip, che vanno dall’Impressionismo all’arte contemporanea, con un focus sulle opere valutate oltre i 250.000 dollari. La concentrazione è estrema: meno dell’1% dei lotti venduti all’asta concentra il 67% del valore di tutte le transazioni.

Nel 2025 questo fenomeno si è accentuato ulteriormente. Basti pensare che il segmento dell’arte moderna ha registrato una ripresa del 9% dopo tre anni di calo, con Pablo Picasso, Gustav Klimt e Alberto Giacometti tra i protagonisti. L’arte ultra-contemporanea, opere degli ultimi vent’anni, ha perso invece il 57% del valore rispetto al picco del 2021. La qualità e la storicità dell’opera sono oggi il discriminante principale tra investimento e speculazione.

È in questo contesto, in un mercato che premia la selettività e dove l’expertise fa la differenza, che si inserisce Matis, società francese fondata nel 2023, autorizzata dall’Autorité des Marchés Financiers (AMF) e dichiarata presso la Banca d’Italia. Matis propone co-investimenti in opere d’arte moderna e contemporanea del XX secolo tramite club deal, con un focus concentrato esattamente sul segmento blue chip — Picasso, Warhol, Fontana, Giacometti, tra gli altri — nella fascia di valore tra 500.000 e 5 milioni di euro.

L’accesso avviene tramite obbligazioni convertibili a partire da 20.000 euro, in uno spazio digitale riservato. Dal lancio, Matis ha finanziato 91 opere, di cui 29 già rivendute, con una performance netta media del 15,9% osservata su queste operazioni (dati aggiornati al 12 maggio 2026). I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. L’investimento in asset non quotati può comportare il rischio di perdita parziale o totale del capitale investito.