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I movimenti delle valute nel mercato dei cambi seguono trend di lungo periodo. Lo è anche nel caso dello yen che continua a perdere valore rispetto alle altre principali valute. Recentemente il cambio dollaro / yen è risalito sopra quota 162, lasciando lo yen debole come non lo era da circa 40 anni.
Per cercare di fermare questa tendenza il governo giapponese ha esortato i fondi pensione, le compagnie assicurative e altri investitori istituzionali ad allocare maggiore capitale verso attività domestiche. Il dibattito non è casuale. Secondo gli esperti di Dws la debolezza dello yen riguarda qualcosa di molto più ampio rispetto agli attuali differenziali dei tassi di interesse che rappresentano i principali fattori in grado di influenzare una valuta.
Uno sguardo al tasso di cambio effettivo reale evidenzia l’entità del calo. Oltre ai tassi di cambio, questa misura tiene conto dei differenziali di inflazione rispetto ai principali partner commerciali di un Paese. Dal picco raggiunto a metà degli anni Novanta, il corrispondente indice della Bank for International Settlements è sceso da quasi 200 a circa 66. In termini reali, lo yen ha quindi perso circa due terzi del proprio valore.
I motivi del crollo dello yen
Questa dinamica viene spesso spiegata principalmente con la politica monetaria. È vero che la Bank of Japan è stata pioniera nell’adozione dei tassi di interesse a zero, del quantitative easing, dei tassi negativi e successivamente del controllo della curva dei rendimenti. Di conseguenza, lo yen è diventato la valuta di finanziamento preferita dagli investitori internazionali. Il forte rialzo dei tassi di interesse negli Stati Uniti e in Europa dalla pandemia in poi non ha fatto che rafforzare questa tendenza.
Tuttavia, la vera costante degli ultimi tre decenni sono stati i flussi di capitale. Dopo il collasso della bolla dei prezzi degli asset in Giappone all’inizio degli anni Novanta, molte aziende hanno trasferito produzione e investimenti all’estero. Allo stesso tempo, la debole crescita economica, la bassa inflazione e le limitate opportunità di rendimento sul mercato interno hanno spinto compagnie assicurative, fondi pensione e altri investitori a collocare all’estero una quota sempre maggiore dei propri titoli.
Di conseguenza, il Giappone si è trasformato in uno dei maggiori esportatori di capitale al mondo. Oggi il Paese possiede un ingente stock di attività estere e genera una quota significativa del proprio reddito da investimenti Oltreoceano. Gran parte di tale reddito, tuttavia, viene reinvestita all’estero anziché essere riconvertita in yen. Inoltre, le famiglie giapponesi hanno progressivamente ampliato i propri investimenti al di fuori del Paese.
“La domanda chiave per lo yen è se il reddito generato all’estero finisca per rifluire verso il Giappone oppure resti investito Oltreoceano. È esattamente in questo punto che il modello economico giapponese ha subito una trasformazione radicale nel corso degli ultimi decenni”, ha evidenziato Xueming Song, FX Strategist di Dws.
Siamo al punto di svolta?
Per capire se siamo arrivati ad un punto di svolta per la divisa nipponica è necessario guardare agli ultimi segnali provenienti da Tokyo. Incoraggiando i fondi pensione e le compagnie assicurative a investire maggiormente in patria, il governo sta affrontando non solo i sintomi di una valuta debole, ma anche una delle sue possibili cause: i persistenti deflussi strutturali di capitale.
Secondo Dws la domanda chiave per i prossimi anni non è semplicemente quale direzione prenderanno i tassi di interesse. Più importante sarà stabilire se il Giappone possa tornare a essere sufficientemente attrattivo da trattenere in patria una quota maggiore del proprio capitale. Questo renderebbe più plausibile un recupero duraturo dello yen reale.